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1917 (Sam Mendes, 2019)

by robertodragone
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Se dovessi descrivere 1917 di Sam Mendes in una parola, questa sarebbe certamente: ambizioso. La motivazione è comprensibile senza sforzo: 1917 è stato concepito per sembrare un’unica ripresa (che però copre un arco di tempo lungo 8 ore). In realtà i tagli ci sono eccome: uno soltanto giustificato dalla narrazione, mentre gli altri piani-sequenza sono uniti tra di loro tramite degli stratagemmi visivi (scene buie, movimenti di macchina, ecc.). L’idea e senz’altro il risultato sono incredibili, anche se 1917 non è il primo film di questo genere: per citarne uno dei più famosi degli ultimi anni basta nominare Birdman (id., Alejandro Gonzalez Inarritu, 2014), il quale però era girato completamente in interno e, forse, la tecnica del piano-sequenza non soffocava la narrazione, come invece accade in 1917.

Sì perché, se l’idea di partenza di 1917 produce un certo interesse (e lo produce), una volta seduti in sala (perché è un film da vedere in sala), non ci sono più trailer o featurette che tengano, poiché né la tecnica né i buoni propositi, per quanto nobili, possono intrattenere per due ore (circa). Oltre al montaggio, per incollare le scene serve una storia e quella di 1917 è abbastanza grossolana: due soldati devono attraversare il territorio nemico per consegnare un messaggio importante. Poco importa, almeno sulla carta: il collante che tiene unita la trama di Salvate il soldato Ryan (Saving private Ryan, Steven Spielberg, 1998), un capolavoro del genere, è anche peggiore. Con una trama simile, però, diventa più comprensibile, anzi quasi prevedibile, la scelta di Mendes di girare 1917 come se fosse un’unica ripresa: i soldati protagonisti corrono contro il tempo, la consegna del messaggio è una questione di (sto per scriverlo) vita o di morte. Quindi è evidente l’effetto di agitazione, apprensione ma anche eccitazione che può scatenare nello spettatore l’idea di seguire, passo nel fango dopo passo nel fango, il viaggio dei due protagonisti. Senza tagli (apparenti), senza pause. 

Mendes, in un interessantissimo video featurette, afferma: «Il mondo (del film, ndr) deve essere costruito sul ritmo della sceneggiatura»; una dichiarazione che mi ha colpito, soprattutto perché è eccezionale il lavoro che hanno fatto con i set del film: magnifici da vedere, sono stati costruiti durante i mesi di prove, poiché la troupe doveva pianificare i movimenti di macchina in base agli spostamenti e alle movenze precise degli attori (il direttore della fotografia è Roger Deakins, il DOP prediletto dei fratelli Coen). Insomma, tutto tanto bello, o forse, addirittura troppo. L’idea di non staccare l’inquadratura diventa morbosa in più punti del film, ne consegue la sensazione che la ripresa lunga ostacoli la narrazione, oppure addirittura la soffochi. La colpa è proprio della sceneggiatura: vista la premessa, hanno scritto (per forza) una storia che non decelera mai. Ci sono tempi morti, però la maggior parte delle volte il film è un susseguirsi di novità e svolte e coincidenze che si presentano nel momento giusto. Più volte si ha la sensazione di assistere a forzature, perché se «Il cinema è la vita senza le parti noiose» (Alfred Hitchcock) in 1917 si esagera: finita una situazione è facile immaginare che stia per arrivare subito un’altra – la quale arriva puntualmente – perché la cinepresa non può fermarsi. 

La successione di eventi è fin troppo studiata, e la meticolosità restituisce un sensazione amara di artificiosità. 1917 effettivamente sembra un videogioco: dopo aver affidato la missione ai protagonisti, loro avanzeranno nei vari livelli, superando gli ostacoli che si porranno sul loro cammino. E se gli ostacoli da superare sono consueti in ogni film per rallentare la corsa dell’eroe verso l’obiettivo, in questo caso la loro presenza è fin troppo evidente. Per questo motivo, la scena che ho preferito è quella già diffusa dalla campagna promozionale per mostrare la grandiosità delle riprese, ovvero quella in cui l’attore George MacKay, fino ad allora un putto bellissimo con un viso perfettamente ripulito e lucente, corre mentre intorno gli esplode tutto, finché finalmente inciampa e si scontra con le comparse che gli corrono attorno: imprevisti (suppongo: perché la cinepresa avanza, lasciando il personaggio indietro) in un film confezionato come una bomboniera grandiosa ma sintetica. 

La sceneggiatura scritta da Mendes stesso insieme a Krysty Wilson-Cairns ha altre carenze: i due protagonisti non coinvolgono lo spettatore, e non per una caratterizzazione che mira a depersonalizzare i personaggi in modo da renderli dei soldati qualsiasi; se era questo il presupposto nella scelta di attori poco noti, la sceneggiatura tenta in ogni modo di distinguerli (sono comunque i protagonisti in cui lo spettatore dovrà identificarsi), senza però riuscirci. E quindi lo spettatore non sarà reso un complice emotivo della loro corsa. Il disinteresse dello spettatore è un grave problema di 1917 e sono vani i tentativi di umanizzare i soldati descrivendo lo stato miserabile della loro vita in trincea. Li vediamo disillusi, che vendono le medaglie perché sono solo pezzi di latta, ma soprattutto li vediamo non capire il motivo per cui stanno combattendo. Il problema è che questi tentativi della sceneggiatura sono superficiali e restano sullo sfondo: in primo piano c’è la corsa a ostacoli dei protagonisti, assecondata da una tecnica straordinaria che però senza coinvolgimento emotivo diventa monotona. Anche contro Dunkirk (id., Christopher Nolan, 2017) furono sollevate alcune critiche riguardo il distacco emotivo che poteva provocare una tecnica così accurata in un genere così particolare come i film di guerra, in quel caso però il montaggio alternato tra le tre situazioni (i soldati bloccati in spiaggia, i soccorritori in barca e le situazioni aree) creava una dinamicità che manca a 1917, nonostante il ritmo incessante. 

1917 è tecnicamente ambizioso, però di quell’ambizione eccessiva che trascura gli altri componenti del film: la sceneggiatura è mediocre, i personaggi monotoni – le immagini degli scarponi che sprofondano nel fango non restituiscono la sensazione di sudiciume della guerra ma quella di una narrazione fin troppo elaborata che non restituisce l’elemento a cui, forse, Mendes teneva di più: il coinvolgimento emotivo.

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