Tutti i soldi del mondo

★★

Ispirato a fatti realmente accaduti, Tutti i soldi del mondo racconta il rapimento avvenuto negli anni settanta in Italia del nipote di quello che ai tempi era l’uomo più ricco del mondo, J. Paul Getty. Quest’ultimo si rifiuta di pagare il riscatto, così la madre del ragazzo lotterà per far tornare il figlio a casa.

Tutti i soldi del mondo, nuovo film di Ridley Scott, personifica un modello cinematografico in un certo senso intramontabile: il cinema che riporta un vero fatto di cronaca, colorandolo ovviamente con sfumature romanzate esclusivamente per il bene dell’intrattenimento. È uno stampo che ha fatto il suo tempo, almeno nel modo in cui Scott lo propone al pubblico, ovvero credendo indiscutibile il pensiero che la storia basta per intrattenere. Ma non sempre basta, probabilmente a causa del fatto che, per fortuna, il pubblico moderno è brillante, perspicace, e bramoso di intrigarsi; per questo motivo, il film di Scott non funziona completamente: di questi tempi nei quali il cinema fa a gara con se stesso per offrire storie sempre più avvincenti, Tutti i soldi nel mondo si muove dietro la superbia della sua storia scontata e abusata, esponendo con arroganza una tipologia di cinema che nei tempi moderni, senza idee autoriali, risulta anacronistica.

Rimuovere la storia da Tutti i soldi del mondo equivale a togliergli sia lo scheletro che la faccia; così facendo, la struttura del film cadrebbe su se stessa e mostrerebbe ogni suo insignificante elemento, a partire dalla sceneggiatura poco attraente, la quale non fa succedere niente per ben due ore, facendo muovere i personaggi, poco approfonditi, su una scacchiera: essi avanzeranno su percorsi prefissati poco eccitanti, finendo col percorrere quel tragitto che ormai è prassi in questa tipologia di film. Ma se nel cinema non è importante il cosa ma il come, a dare il colpo di grazia al film ci pensa Scott stesso, con una regia insipida che dimentica di creare anche un solo lievissimo senso di tensione – ed è una cosa gravissima, in quanto la storia offriva non pochi spunti per creare forza drammatica, invece niente. A peggiorare le cose, si aggiunge una messa in scena eccessivamente regolare, dove il linguaggio cinematografico viene ridotto a un semplice resoconto dei fatti, rendendo Tutti i soldi del mondo un documentario romanzato poco riuscito.

Guardando Tutti i soldi del mondo ho avuto l’impressione di vedere un racconto che nessuno voleva narrare, e che non interessa a nessuno. È un film poco ispirato che personifica un cinema ormai superato, stanco persino di se stesso. Della storia raccontata si potrebbe sapere ogni cosa facendo una veloce ricerca in internet (o guardare il trailer, poiché il film non è molto altro), quindi, mi sono ritrovato di fronte un film privo di cinema, che raccontava con presunzione una storia che solo lui reputava così tanto interessante da bastare. La personificazione di questo fiasco è Mark Wahlberg: completamente piatto, con lo sguardo (perennemente) accigliato ma vuoto, ascolta gli altri parlare mentre ha le mani in tasca, convintissimo di essere intenso (ma poi dà ascolto al primo che passa!). Invece sia lui che gli altri personaggi perdono di fronte al personaggio di Christopher Plummer, pilastro attorno al quale gira la storia. La sceneggiatura ha occhi dolci soltanto per lui, facendogli scansare l’onda di monotonia e superficialità caratteriale che riserva a tutti gli altri. Plummer è completamente a suo agio nella parte, dando consistenza a un film sia poco convinto che poco convincente.

Il vero protagonista del film viene nominato nel titolo: i soldi. In Tutti i soldi del mondo ogni cosa diventa predisposta per entrare in affari: sia come intermediario che come merce. Allora i soldi non solo fanno girare il mondo, ma anche ogni cosa che lo abita e gli dà forma. L’avidità di Getty è intrigante, anche se ripetitiva e, purtroppo, poco approfondita. Tuttavia è curioso osservare gli atteggiamenti del suo personaggio, in quanto si muovono su sfere anticonformiste, nonostante il suo carattere capitalista. La figura che ne esce fuori è quella di un uomo avido di denaro, mentre probabilmente la sua è una prospettiva più conoscitrice di come gira il mondo di quanto il film lasci credere.

Ultimo appunto: l’Italia ne esce un po’ stereotipata, con carabinieri che fanno male il proprio lavoro e i cittadini straripanti di ignoranza e omertà. È una percezione sicuramente influenzata dai tempi in cui la storia è ambientata, ovvero gli anni settanta – e io, sicuramente, da italiano ho visto il film attraverso occhi suscettibili – tuttavia, secondo me è indubbio lo stereotipo in cui l’Italia si ritrova ancora cinematograficamente coinvolta. L’ambientazione italiana sicuramente condiziona negativamente anche il doppiaggio.

Tutti i soldi del mondo è un film ordinario, che sembra essere stato girato vent’anni fa. Nel frattempo il cinema ha imparato ad appassionare, raccontando le proprie storie con più attrattiva.

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