Logan – The Wolverine

★★★

Siamo nel 2029, in un futuro (alternativo) in cui non nascono nuovi mutanti da decenni. Wolverine è diventato Logan, un autista di limousine per feste private e il professor Xavier è un novantenne malato che ha ucciso tutti gli X-Men in un attacco psichico involontario dovuto a una malattia mentale degenerativa. Una donna trova Logan e gli chiede aiuto.

La straordinaria sceneggiatura di Scott Frank, James Mangold (anche regista) e Michael Green è così diversa dalla storia a fumetti da cui è tratta (Vecchio Logan, scritta da Mark Millar e disegnata da Steve McNiven) da far speculare sul vero soggetto dietro questo Logan; questo, un anti-cinecomics maturo, che sconfessa le direttive abituali del genere per convogliare la narrazione su una sincera autocritica, non si prende troppo sul serio e si svincola dagli obblighi di intrattenimento solito; così facendo dà origine a qualcosa di straordinario, così tanto rivoluzionario da risultare persino anacronistico, un’opera venuta dal futuro, risultato di un percorso che oggi, guardando altri cinecomics non sembra nemmeno accennato. Ma anche se Logan salpa da questo genere, arriva lontano, così lontano da legittimare un’analisi diversa che arriva ad altri ambiti cinematografici: per me, infatti, con Logan il genere sforna il primo bambino vero, ovvero incarna il primo film vero del genere cinecomics.

Le cause sono numerose. In primo luogo, Logan fa diventare il personaggio di Wolverine una persona vera, senza calzamaglia, senza la fotografia smagliante o la battuta pronta; Logan in effetti ha un aspetto orribile, indossa abiti ordinari, zoppica e sembra stanco di contrastare l’inevitabile declino della realtà. Qui la scrittura sembra ispirata dal percorso di una saga videoludica particolarmente autorevole, il cui protagonista è similmente un antieroe: Max Payne 3; con quest’ultimo, Logan sembra condividere anche parte dell’aspetto fisico, ossia l’aspetto decomposto del personaggio ormai affaticato, esausto dal percorso narrativo raccontato nelle opere che lo hanno visto protagonista. Questo aspetto imperfetto di Logan è persino inopportuno in un genere nel quale l’immagine ineccepibile è importante nello stesso modo in cui è importante il coraggio; ma Logan beffeggia gli stereotipi del genere, anche con un minimo di malignità.

Per esempio, Logan lavora come autista di una limousine di lusso, quindi è al contatto con l’aspetto sontuoso del genere in un modo deformato, quasi per schernire il fatto che di solito i supereroi hanno parecchi mezzi a disposizione. Altri aspetti ripudiano i preconcetti dei cinecomics: Logan è malconcio e debilitato, quindi di frequente viene salvato dalla co-protagonista del film, una bambina selvaggia e incredibilmente aggressiva interpretata straordinariamente da Dafne Keen (classe 2005); il suo personaggio (che fa supporre un’altra citazione videoludica, presa dal progetto Les Enfants Terribles della Metal Gear saga), muto e poco comunicativo, è in contrasto con l’immagine abitudinaria della bambina che va salvata nei cinecomics: perché in Logan è lei (bambina) a salvare il protagonista (un uomo adulto). Un altro contrasto che trasgredisce i cliché del genere è l’apparenza che ha l’unica famiglia mostrata nel film: se i cinecomics sono proprio prodotti da guardare come distrazione insieme ai propri familiari, in Logan viene mostrata una famiglia che vive diverse difficoltà, sia interne che esterne; il film anche qui mostra una realtà più difettosa che impeccabile e la sua narrazione mette in scena degli sviluppi della trama così sfrontati e inattesi da far apparire evidente la sua natura oppositrice, persino azzardata.

Ma Logan non è un film per famiglie, è evidente già dalla violenza inaspettata della prima scena, la quale preavverte l’inizio di un film incredibilmente violento e brutale, che mostra un’aggressività tanto animalesca quanto feroce e furiosa. Le comparse nei cinecomics malmenate non fanno una bella fine e Logan declama questo aspetto. Vedere Keen, questa cosina di un metro e mezzo urlare furiosamente e massacrare i nemici in scene spettacolari è sia strano che straordinario. Proprio in queste scene c’è la computer grafica più evidente del film – anzi, fin troppo evidente; per il resto, anche in questo aspetto Logan si muove in contraddizione al genere, poiché ci sono pochi effetti speciali appariscenti.

L’aspetto narrativo più brillante è sicuramente quello identitario che umanizza Wolverine, e quindi il supereroe in calzamaglia. Questo discorso non poteva che essere fatto da questo personaggio, in quanto il suo percorso cinematografico ha sempre sottolineato il suo carattere da antieroe. “So sempre chi sei, solo che certe volte non ti riconosco” dice il Professor X (un bravissimo Patrick Stewart) a Logan in una scena; questo conflitto intimo contro la propria personalità autodistruttiva non poteva che avvenire contro se stesso, in tutti i sensi (…): quindi, il peggior nemico di Logan è proprio Logan, con i suoi rimpianti, la sua malinconia e la sua insofferenza per gli avvenimenti che ha vissuto sulla propria pelle. Quindi in Logan le battaglie sono anche esistenziali, rendendolo, come ho detto, a mio parere il primo cinecomics a somigliare a un film vero.

Questa autonomia dal genere e maturità narrativa dipende sì dalla scrittura, ma anche dalla regia e soprattutto dalla prova attorale di Hugh Jackman. Quest’ultimo ha fatto sì che il personaggio di Wolverine si adattasse alle sue fattezze, in un processo di conformità incredibile. Logan riceve da Jackman tutto l’impegno necessario, personificando perfettamente tutto il tormento e la debolezza, ma anche la straordinaria forza, del personaggio. Il regista James Mangold (da recuperare il suo film Walk the line) mette in scena un road-movie drammatico, con scene d’azione eccezionali ma mai eccessive, che scava nella personalità di Logan e in generale l’identità tormentata dell’eroe con intelligenza. Evita i cliché finché può e offre diverse scene atipiche per il genere. Il suo scopo è offrire un supereroe coraggioso in un modo insolito, senza la super-forza, la quale rende il coraggio di altri supereroi quasi fasullo perché sono invincibili e non hanno niente da perdere. Il suo film è una rivoluzione che non può che essere ambientata in un futuro alternativo, troppo coraggioso e cupo da risultare fattibile. Logan è un anti-cinecomics che guarda oltre le calzamaglie e fa degustare un assaggio del futuro, quando i cinecomics probabilmente diventeranno dei film veri, con personaggi reali, con problemi che tutti gli spettatori possono comprendere e condividere.

Logan è un anti-cinecomics che viene dal futuro. Appassiona ma soprattutto stupisce, aspetto più unico che raro, ormai, per il genere.

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