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Coco

★★

Miguel è un giovane dodicenne che sogna di diventare un chitarrista celebre quanto il suo idolo Ernesto de la Cruz; tuttavia, la sua famiglia rigetta ogni forma di musica, poiché la trisavola del giovane è stata abbandonata proprio da un musicista. Miguel quindi si vedrà costretto a rubare una chitarra pur di partecipare a una competizione e dimostrare il suo talento, ma la situazione gli sfuggirà di mano.

I temi sviluppati in Coco non sono diversi da qualunque film d’animazione: il protagonista dissomigliante rispetto a chi lo circonda si scontra con l’imposizione di omologazione per realizzare i propri sogni; qui, inoltre, troviamo gli argomenti tanti cari alla Disney: la famiglia intesa come insieme compatto, il quale ostacola esageratamente dietro il pretesto della premura. In realtà, in Coco il divieto familiare è più egoista del solito, ed è così irragionevole da farlo apparire ridicolo; quindi, la Pixar calca sulle limitazioni familiari e utilizza le usanze come pretesto, così facendo inciampa in alcuni cliché, sia culturali che familiari. Naturalmente, non importa: il disconoscimento del sogno di Miguel non è che un appiglio per creare l’opportunità di innescare la storia. Il problema, tuttavia, consiste proprio nel fatto che quella di Coco è una storia mediocre, sicuramente insipida – e se questo non diventa un problema davanti a un racconto ricco di fascino e meraviglia, non è il caso di Coco siccome appare come un film con poche idee.

 

Coco decolla bene: la parte iniziale è divertente e introduce l’ambientazione nella cultura messicana, nella quale il film ci immerge completamente. La Pixar prosegue il discorso incorporeo iniziato con Inside Out per dare consistenza, questa volta, alla morte. Ricrea un mondo dell’aldilà tangibile, dove la burocrazia regola ogni cosa. La creatività di questa trovata è piacevole ma meno sbalorditiva e geniale rispetto all’ambientazione di Inside Out: il problema è che mancano le idee nei particolari, quella rifinitura pixariana che ha reso il mondo sottomarino di Alla ricerca di Nemo così indimenticabile e quello dei balocchi di Toy Story così splendido. Dopo l’inizio divertente, lo svago si esaurisce in uno sviluppo centrale abbastanza monotono. Coco perde a sfavore di una struttura narrativa irrigidita, diventando troppo didascalico. L’intenzione narrativa di molte scene è fin troppo dichiarata; quindi Coco prosegue lineare, con una sceneggiatura essenziale e inespressiva che avanza di conseguenza a un uso eccessivo di coincidenze.

Anche l’aspetto musicale sembra adoperato male. Coco è vivace, i colori delle ambientazioni ricoprono lo schermo e inondano gli occhi, offrendo scorci (ormai) tecnicamente ineccepibili e visivamente intensi, ma non bastano. I registi Lee Unkrich e Adrian Molina non riescono sfruttare del tutto quella meraviglia che poteva nascere dall’incontro tra la musica e un film d’animazione. Lo stile rimanda ai musical più esagerati, mi viene in mente Baz Luhrmann, tuttavia manca quell’attrattiva vivace che fa sentire la musica sulla pelle. Tutto risulta scontato, non c’è stupore né meraviglia.

Per concludere, bisogna ammettere che i film d’animazione Pixar sono differenti rispetto agli altri e si riconoscono immediatamente. Anche con Coco si individua una produzione di grande qualità che lo contraddistingue rispetto ad altre opere simili. La Pixar ha creato un genere e l’ha fatto proprio e ora è l’unica che riesce a produrre film veri ma d’animazione, i quali non sono condizionati negativamente dal genere o dal pubblico a cui sono rivolti. Per esempio, Zootropolis è una produzione rispettabile e tratta argomenti importanti, tuttavia non è riuscito a scrollarsi di dosso quella patina cartoonesca che i film Pixar sono riusciti a oltrepassare. Nel caso di Coco, questo pregio si trasforma in impedimento, facendo desiderare un film meno riflessivo e più spensierato.

Coco, nonostante tutto, intrattiene e addirittura commuove; tuttavia, resta troppo vincolato alla sua struttura e dimentica di sbizzarrire la creatività nella creazione dei dettagli.

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