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L’ora più buia

★★★

Maggio 1940. Il nuovo primo ministro inglese Winston Churchill (Oldman) si ritrova immediatamente a fronteggiare gli oppositori politici e i colleghi di partito in disaccordo per far prevalere il suo volere di combattere Hitler anziché mettersi d’accordo con lui per una resa.

L’ora più buia, diretto da Joe Wright, ha una destinazione stabilita e per giungere al suo traguardo manovra ogni elemento e personaggio per vantaggiare il cuore del film: Gary Oldman e il suo Churchill. La trasformazione di Oldman è impressionante, questo perché l’attore inglese è irriconoscibile non solo nelle sembianze, ma anche negli atteggiamenti e nei dettagli minuscoli. Ovviamente non è sufficiente una maschera per interpretare un personaggio così complesso, quindi Oldman compie una metamorfosi assoluta e modifica il suo modo di camminare e quello di sigillare o dischiudere le labbra. Se non fosse per gli inconfondibili occhi, si avrebbe la certezza di avere davanti qualcun altro.

Wright non può che sottostare e assecondare l’interpretazione di Oldman: anche se prova, riuscendoci in parte, a offrire personaggi secondari articolati e non semplici pedine che si muovono in funzione al protagonista, sin dai primi minuti, da quando Churchill viene esibito in piccole porzioni, si capisce la devozione che sia il film che il regista nutrono verso il personaggio. D’altronde, il sentimento è comprensibile: Churchill è una figura storica rilevante e il film (inglese) fa sfoggio del suo eroe. Oltre alla cura maniacale e la bravura con le quali Oldman veste i panni di Churchill, L’ora più buia è un continuo pavoggiamento del personaggio e di quello che ha fatto. Il problema è che Wright sviscera poco le situazioni, quindi il suo film lascia qualche punto indefinito e lo spettatore si ritrova come un tifoso a seguire i conflitti politici tra Churchill e tutti gli altri.

Tuttavia, passando su qualche sviluppo approssimativo e alcune vicende che con malizia cinematografica vengono riportate in modo tale che Churchill possa riscattarsi e uscirne eroe, tutto sommato L’ora più buia è un buon film. Wright produce un thriller politico patriottico, in cui la politica è cieca e codarda e il paese è composto da persone comuni, osservate di sfuggita mentre Churchill è in auto – bellissime queste ultime scene e bella l’impronta autoriale e inconsueta che Wright dà ad alcuni dettagli: dai campi di guerra visti dall’alto, come se fossero una mappa sistemata su un tavolo davanti ai politici che prendono le decisioni, alla povertà stilistica della scena chiave, che dimentica la stupenda fotografia di Bruno Delbonnel, dimentica le scenografie e i costumi, per collocare due personaggi importanti in una stanza spoglia, illuminati soltanto da una lampadina.

La miseria stilistica di questa scena ricorda allo spettatore la situazione sfavorevole che la gente era costretta a vivere in quel periodo, in cui c’era tanta paura per il futuro incerto e tanta rabbia per gli orrori quotidiani che la guerra imponeva sulla normalità del paese. Quindi Churchill l’ “Indesiderato” diventa parte del popolo, ovvero il politico perfetto, per contrastare chi era in disaccordo con lui e vincere, per tutti loro e per tutti noi. L’ora più buia viaggia sul filo della sconfitta, tra un politico odioso come protagonista e una situazione raccontata (proprio quella di Dunkirk) particolarmente sfortunata. Nonostante questo, ne esce vincitore: Wright gira un buon film con numerosi dettagli storici e addirittura alcune scene divertenti; inoltre, c’è anche una fotografia magnifica e un trucco sbalorditivo curato da Kazuhiro Tsuji che aiuta Oldman nella trasformazione. L’ora più buia è un po’ troppo leale, tuttavia coinvolge e appassiona. Il cinema non può fare sempre tutto.

Oldman non si limita a interpretare Churchill, lo diventa. Wright lo asseconda e lo venera, realizzando un buon thriller politico che si fa guardare con piacere.

 

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