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The Post

★★★

Ispirato da una storia vera, nel 1971 il The New York Times entrò in possesso di alcuni documenti segreti del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti e decise di pubblicarli tramite un’inchiesta; quando un giudice federale vietò al giornale di pubblicarne altri, i documenti passarono alla redazione del The Washington Post, la quale si trovò davanti una scelta difficile da prendere.

Con The Post Steven Spielberg ribadisce per un’ulteriore volta il suo stile tipico, realizzando un film con una narrazione fin troppo esplicita, persino scontata; la messa in scena è lineare, il carattere dei personaggi è manifestato attraverso scene lapalissiane che sfiorano la parodia: quindi leggeranno un foglio e avranno una reazione di sorpresa spropositata davanti alla cinepresa, poi cammineranno a passo svelto verso un altro personaggio per fargli leggere quel foglio di vitale importanza, mentre lo agiteranno in aria accentuando ogni movimento. Spielberg è così: puro cinema – ma nel senso che i suoi film sono una lezione sul linguaggio filmico che si ferma alla teoria. The Post non è da meno: tutto confezionato perfettamente in un racconto dritto e semplice, con il compiacimento di raccontare la storia giusta.

Per fortuna siamo lontani da quel disastro di Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott, dove il racconto di una storia reale schiacciava la narrazione e la sceneggiatura, poiché The Post è un film più che riuscito; tuttavia, la sua riuscita si accomoda nella furbizia della storia non solo eroica, ma anche (e soprattutto) patriottica. Ma non finisce qui: perché in The Post c’è anche un animo pacifista, un carattere risoluto da giornalista inseguitore dell’onestà, ma soprattutto uno spirito femminista. Questi ingredienti di pura malizia risultano terribilmente contemporanei in un momento socio-culturale così delicato di forte dissenso e rivoluzione popolare; ciò quindi lascerebbe supporre che The Post sia un film coraggioso, ma secondo me è soltanto furbacchione, perché non è graffiante né incisivo, quindi sembra sfruttare questi argomenti poiché nel suo autocontrollo narrativo, nel suo ordine metodico e ordinario, non afferma nulla che non sia stato già detto.

Spielberg somiglia al personaggio di Hanks nella prima parte del film: non si impegna per lavorare bene ma per pubblicare qualcosa che faccia notizia. L’ego di The Post trasuda presunzione, paradossalmente del tutto fondata poiché resta un film più che buono, che però si limita a fare i compiti a casa e poco, pochissimo di più. È come se Spielberg avesse visitato un monumento famoso e avesse scattato una foto allo stesso attraverso una prospettiva ormai abusata: di quelle foto ce ne sono migliaia di altre, tuttavia ora esiste anche la foto uguale ma scattata da Spielberg. Ora è il suo turno di godersi lo scoop femminista e pacifista della storia con argomenti discussi in questo periodo, il suo punto di vista autoriale però non aggiunge nulla alla discussione, il Vietnam di The Post non è il coraggioso argomento pedofilo di Il caso Spotlight – film da confrontare obbligatoriamente con il film di Spielberg, perché se il suo The Post si appropria di argomenti popolari per essere lineare, il film di McCarthy tratta un argomento non solo impopolare, ma anche quasi proibito, in un modo sfacciato.

Ma per fortuna, Spielberg è un narratore professionista, tra i migliori della scena cinematografica americana, quindi The Post contiene alcune immagini che mi sono rimaste impresse, come quella della Streep che cammina tra le segretarie dei banchieri che sta per incontrare, o quelle che elargisce nella seconda parte del film (che ho preferito alla prima), dove ci viene mostrato l’intero processo di pubblicazione: dalla riunione della redazione al movimento minuzioso dei meccanismi per la stampa dei giornali. Proprio in quest’ultima scena si capisce quello che secondo me è il vero intento del film, ovvero mostrare la dedizione e l’impegno che richiede(va) pubblicare anche una singola parola del titolo. Questo impegno lavorativo viene affrontato dai due personaggi protagonisti del film: Hanks, capo-redattore del giornale, un giornalista classico (da piedi sulla scrivania) dalla battuta (epica) facile, e Streep, una donna impaurita tra uomini-squalo, che poco a poco naturalmente affermerà la sua decisione sugli altri.

Quindi, paradossalmente, la perfezione filmica di The Post lo rende un film eccessivamente finto: esatto, per me è tutto troppo perfetto da risultare entusiasmante. Il racconto filmico è fin troppo esplicito e lampante e il cinema si riduce a un insieme di compiti fatti bene, come le reazioni dei personaggi davanti alle notizie abilmente dette e spezzoni, per aumentare l’attesa, oppure le scene perfettamente costruite anche se irrealistiche (il giornalista nascosto in albergo con i documenti perfettamente impilati sui letti, quindi ordinati dopo ore di duro lavoro, però donati al collega in disordine). The Post è una piccola battaglia in una guerra culturale indispensabile in questo contesto di reazione contro più tipi di oppressioni, sia politiche che sociali; sul campo di battaglia, il film di Spielberg si muove con una sicurezza compiaciuta, tanto da risultare quasi antipatico come lo era il primo della classe alle scuole.

The Post comunque lo consiglio: troppo funzionale per essere un cinema che colpisce, coglie comunque il segno e racconta la storia con devozione; tuttavia, lo dimenticherò presto.

 

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