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Ore 15:17 – Attacco al treno

★★

Spencer Stone, Antony Sandler e Alek Skarlatos interpretano se stessi nella ricostruzione cinematografica che racconta l’attacco terroristico che sventarono su un treno nel 1015.

Ore 15:17 – Attacco al treno raffigura l’esaltazione eccessiva della vanità di più persone: Clint Eastwood, regista del film, e i tre ragazzi protagonisti, in particolare Spencer Stone, il quale interpreta se stesso nella ricostruzione degli eventi che gli hanno permesso di scongiurare l’attacco terroristico raccontato nel film, il quale a sua volta è tratto dal libro che lo stesso Stone ha scritto insieme ai suoi due amici, Antony Sandler e Alek Skarlatos, presenti anch’essi nel film nei panni di se stessi. Quest’opera morbosa sembra un inevitabile monumento all’egotismo, soprattutto per la smisurata fiducia che Eastwood ripone nel racconto, la quale lo incoraggia a rinunciare a ogni ornamento cinematografico a favore di una messa in scena mediocre e una direzione artistica praticamente insignificante.

Le coincidenze perfettamente combinate sono senza dubbio aneddoti curiosi: ovvero che proprio Stone si trovasse su quel treno, con il suo passato sfavorevole, indeciso fino alla fine se dirigersi verso Parigi; quindi Eastwood è necessariamente costretto a raccontarci tutta la manfrina, poiché non basta l’incredibile atto compiuto a rendere il trio eroico, ma serve anche l’intero preambolo. Quindi la premessa è necessaria, peccato che duri oltre tre quarti dell’intero film. Dopo un segmento centrale terribilmente superfluo e quando ormai lo spettatore è avvilito, arriva il sacrosanto culmine: dura pochissimo ed è girato goffamente (nonostante l’idea soltanto carina di rendere la scena senza profondità di campo, come il difetto di vista di cui Stone è affetto), probabilmente (ancora) per un riguardo eccessivo verso l’autenticità dei fatti raccontati.

In realtà, Ore 15:17 – Attacco al treno è mediocre per tutta la sua durata; ovviamente è recitato malissimo (il doppiaggio non aiuta di certo), scritto con cliché patriottici e dialoghi scontati, alcuni dei quali appaiono particolarmente agghiaccianti; eppure mi ha dato molto da pensare, probabilmente attraverso un’ottica che Eastwood non aveva previsto. È insolito e affascinante vedere Spencer così tormentato dall’idea di apparire come un eroe; il fatto che interpreti se stesso nella ricostruzione della sua vita ha qualcosa di esasperante e angosciante. Appare grottesco quando si annuisce da solo allo specchio durante gli allenamenti, compiaciuto dall’idea di essere nel posto giusto, ovvero davanti una macchina da presa che dopo una vita di sacrifici fallimentari, finalmente gli riconosce i suoi meriti; o meglio, glieli riconosce ancora, dopo i migliaia di articoli e il libro che egli stesso ha scritto.

Quindi addio alla modestia: Stone vuole e può urlare di essere un eroe; addirittura Eastwood gli permette di interpretarlo ancora, in un gioco cinematografico che dimentica completamente di dover ristrutturare la realtà in modo da realizzare un film. Ma a Eastwood non importa: il suo unico obiettivo è raccontare la storia con tutte le premesse necessarie in modo da risultare leggendaria e coraggiosa nel modo giusto; quindi, dimentica ogni tipo di ornamento per un racconto banalmente essenziale; prova con il montaggio ad alternare un po’ la tensione, ma il tentativo è inefficace e accessorio. Per Eastwood è giusto accentuare le gesta eroiche dei protagonisti nel modo più vanitoso possibile, trascurando la noia che procura allo spettatore. Ogni cosa per l’ego di Spencer e per il suo ego d’autore, il quale lo spinge addirittura ad autocitarsi (il poster di Lettere da Iwo Jima nella stanza di Spencer) compiendo l’obiettivo finale del film: una masturbazione egocentrica non richiesta.

Ore 15:17 – Attacco al treno ha poco di cinema. Potrebbe essere facilmente confuso con una ricostruzione televisiva, quelle intervallate dalle interviste dei protagonisti (sicuramente Spencer ne avrà girata qualcuna). Eastwood non fa nulla per far sembrare il suo film un film, poiché soccombe alla stima e al fascino che ha verso la storia e l’eccessiva curiosità verso le coincidenze. Tutto questo probabilmente non valeva la realizzazione di un intero film (dura poco e la parte centrale è annacquata: non c’era molto da dire); data questa premessa, risulta fin troppo facile immaginare il risultato. È facile giustificare l’eccessiva semplicità e banalità della messa in scena come una considerazione dovuta ai protagonisti, gli eroi che non sanno recitare; ma questa discolpa appare troppo egoista a svantaggio dello spettatore.

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