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Dark Night

★★★

Una giornata comune di sei adolescenti, tra le loro frustrazioni e la piattezza delle loro vite. La sera, andranno tutti al cinema ma soltanto uno di loro avrà l’intenzione di fare un massacro.

Spoiler presenti tramite note a piè di pagina. 

Tim Sutton ha scritto e diretto Dark Night, un film capace di esporre con abilità un ritratto esauriente di un’intera generazione giovanile ormai smarrita, sopraffatta da impulsi negativi e carente nella percezione delle emozioni. Il film racconta una giornata classica di sei tra ragazze e ragazzi che vivono avviliti, inespressivi, assuefatti da comportamenti frivoli. Sono legati tra loro da un comportamento anomalo che quasi sempre degenera nella collera, per motivi spesso inspiegabili dalla narrazione. Questi giovani sovraccarichi di insoddisfazione andranno al cinema a vedere un film: tra loro si nasconde un killer che entrerà al cinema per uccidere. Il killer viene svelato soltanto a metà film; fino ad allora, lo spettatore è diffidente verso ogni personaggio, in un inganno cinematografico che spartisce avvisaglie rabbiose in ognuno essi, rendendoli di fatto tutti possibili responsabili. Sutton si diletta in una manipolazione della realtà che richiama i fatti del Massacro di Aurora [1], di cui mostra un servizio in TV: Dark Night è un’eco efficace perché mostra come l’aggressività latente sia più comune di quello che si pensa.

Il concetto espresso dal film è intrigante: mostrare il fascino del nulla, la banalità della vita quotidiana, in modo da universalizzare ogni strage. Quello mostrato da Dark Night è la monotonia di una giornata qualunque, o di tante giornate, trascorse a scattare selfie o insieme agli amici. La narrazione è impegnativa a causa di un linguaggio sfuggente ma sempre significativo. Nonostante il carattere avvilito dei personaggi, essi sono descritti con semplicità in modo da apparire quanto più autentici possibile: Sutton predilige un racconto taciturno in modo da comunicare la deriva esistenziale dei personaggi; il suo cinema è faticoso e mancante, proprio come i suoi personaggi. Questo era l’unico linguaggio filmico appropriato per un racconto di tale genere: un anticinema doveroso per raccontare un’antisocietà deformata. Dark Night mi ha coinvolto, ha canalizzato la mia attenzione sulla ricostruzione narrativa, nonostante sia insufficiente sia nei fatti che nei caratteri dei personaggi; tuttavia, il risultato è affascinante: le vicende mescolate e incomprensibili, l’inclusione dell’intervista (era vera o finta?), la narrazione disorganizzata. Il disordine del racconto obbliga a un’attenzione inconsueta.

La fotografia di Hélène Louvart è indispensabile per il racconto di Dark Night, poiché la ricercatezza visiva, con inquadrature che prediligono campi lunghi che restringono le persone e una simmetria quasi distaccante, realizza un’esperienza quasi alienante. A contribuire con questo malessere cinematografico ci pensa la colonna sonora, così indie che nemmeno Shazam la conosceva. Secondo Wikipedia è curata da Maica Armata, tuttavia il nome dell’artista dei brani presenti nel film è Caro Diario (trovate un brano qui).

Sutton desidera raccontare un determinato ambiente suburbano popolato da persone apparentemente comuni; il suo desiderio è quello di scuotere, nonostante si concentri sugli elementi che abitualmente non sono cinematograficamente interessanti, spiattellando senza compromessi tutto ciò che gira intorno a una strage, un atto così vile e feroce. A Sutton non interessa la violenza fine a se stessa (non viene mai mostrata e persino i spari nel poligono non sono sincronizzati), anzi utilizza il cinema per uno scopo superiore: quello di dimostrare.

Dark Night è una visione scomoda, ma consigliata. 

1. Uno dei personaggi si tinge i capelli di arancione, proprio come fece il killer del Massacro di Aurora, tuttavia non sarà lui a entrare nel cinema armato. Quindi Sutton mescola le carte, confondendo i richiami con i fatti realmente accaduti. 

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