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Tomb Raider (2018)

★★

Nonostante il padre (West) sia scomparso da ormai sette anni, quando Lara (Vikander) ritrova dei vecchi appunti misteriosi, si mette in viaggio alla sua ricerca.

Tomb Raider di Roar Uthaug ribadisce il processo di modernizzazione (per non dire svecchiamento) che il reboot dell’omonima saga videoludica ha intrapreso nel 2013. Lara Croft viene così integrata in un contesto più attuale e ordinario, le viene dato un lavoro modesto come pony in bicicletta e, più drasticamente, subisce una logica umanizzazione: a partire dal corpo atletico, meno formoso e più naturale, in modo da evidenziare altri valori ben più importanti, quali la determinazione e la fermezza d’animo.

Quindi Lara Croft è finalmente diventato un personaggio (quasi) vero: ha smesso di provocare ed essere uno sciocco oggetto sessuale per diventare una donna che affronta i soprusi per conseguire i propri obiettivi. Le sue capacità non sono perfette, proprio perché la modernizzazione richiede un’incompiutezza caratteriale che si andrà a costruire (e addestrare) nel corso dell’avventura. In altre parole: Lara Croft non è ancora Lara Croft e questo film è il preludio della sua formazione.

Tomb Raider asseconda i videogiocatori inserendo ogni situazione ed elemento a loro celebri: ci sono ogni tipo di scene, da quella platform a quella stealth, fino a passare per gli enigmi, le trappole e i barili esplosivi (che fanno tanto videogioco). Per Uthaug è un chiodo fisso rispettare la saga videoludica, così facendo trascura il proprio ruolo da regista cinematografico, cedendo in un eccessivo comportamento compiacente. Tomb Raider abbassa l’asticella della narrativa della saga videoludica pur di non rischiare, così facendo offre un racconto semplice e monotono, popolato da personaggi banali, protagonista compresa.

Il risultato è uno spettacolo alquanto noioso, in contraddizione al frenetico genere che mescola avventura e azione; invece, più avanza la trama, più la noia aumenta, per colpa di un insieme di elementi insipidi e talvolta persino insulsi. Nonostante Alicia Vikander creda nel suo personaggio, i dialoghi che è costretta a recitare sono spesso insignificanti, così com’è dozzinale il cattivo di turno (Walton Goggins), nonostante il tentativo di renderlo umano. Quindi il problema di Tomb Raider non è nello sviluppo scontato, il quale era anche immaginabile, ma nella realizzazione grossolana e poco attraente.

Per i videogiocatori è una consolazione vedere la propria passione trasformata in una sostanza reale e più considerata; tuttavia, la conversione comporta una semplificazione del racconto che immagina e imita lo spirito del videogioco originale, senza però capirlo. Tomb Raider, tuttavia, consegue in parte il proprio obiettivo di trasposizione, con tutto ciò asseconda il videogiocatore ma non soddisfa lo spettatore, il quale non tarderà a trovare i numerosi buchi della trama e la caratterizzazione superficiale di ogni elemento. Insomma, accontentati per metà.

Tomb Raider è un videogioco sempliciotto su grande schermo; si astenga chi vorrebbe vedere un film. 

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