Un sogno chiamato Florida

★★★★

Un gruppo di bambini che vivono in un motel, chi con la propria mamma, chi con il proprio papà, chi invece con la propria nonna, passano le giornate a combattere la noia con quello che offre la provincia decadente ma abilmente colorata.

Sean Baker racconta le vicissitudini di un microcosmo collocato all’interno del Magic Castle (Castello Magico), un umile motel dipinto di rosa appariscente, un colore vivace concepito quasi certamente per dare un aspetto più piacevole alla struttura. Il colore quasi spensierato, proprio come il nome ameno, vanno in contrasto alla vita degli inquilini che popolano le stanze: ai margini, di ceto basso; vite modeste senza opportunità. Essi sembrano incarcerati in queste abitazioni microscopiche, che riescono a contenere a stento un letto e l’immancabile mobile per la TV. Questo spazio angusto li obbliga a vivere soltanto in rapporto alle necessità primarie, senza avere la possibilità di godere dei propri spazi personali; quindi il loro modo di collocarsi nel mondo si riduce a una semplice e (visivamente) avvilente rincorsa alla sopravvivenza quotidiana.

In questo contesto senza opportunità, il microcosmo è in continua trasformazione; gli inquilini vengono rimossi e sostituiti, oppure vanno via, sintomo del fatto che il motel è un fondale, ma anche una conseguenza correggibile (anche se non sempre scelta). E in questo fondale c’è anche chi si scava ripetutamente un fondo più profondo, incapace o indifferente alla possibilità di cambiamento. Ma il cinema è sempre un’imposizione di alterazione.

Un sogno chiamato Florida è un film anti-formativo (ma non esattamente diseducativo) dove un flusso interrotto di azioni espone una narrazione ripetitiva soltanto all’apparenza, in cui il racconto appare piacevolmente snervante per la sua natura martellante e poco spettacolare. Baker qualche volta tenta di rendere le proprie scene appariscenti, con tramonti abbaglianti o inquadrature ben ordinate, ma il suo cinema è prevalentemente sovversivo (l’ultima scena è stata girata con un iPhone e senza permessi), con scene improvvisate e una narrazione disordinata. Per fortuna, poiché la bellezza del cinema di Baker è nella sua contraddizione di riuscire a mostrare tantissimo senza far accadere nulla (all’apparenza).

Laddove il cinema è incline a raccontare tragedie (su tragedie), celebrandole addirittura per il bene del melodramma, Un sogno chiamato Florida è emblema di quel cinema indipendente che non ha bisogno di troppi avvenimenti drammatici per raccontarsi; anzi, veramente procede attraverso delle sottrazioni: la fotografia è appariscente, gli edifici sono colorati, l’atmosfera è spesso giocosa; quindi ogni cosa è una contraddizione al dramma e il dramma viene nascosto in favore di un cinema più simbolico, dove la finzione filmica si muove con spensieratezza in un’apparenza indeterminata, mentre avanza su un percorso distinto.

Un sogno chiamato Florida mi è piaciuto per diversi motivi. La tecnica di Baker finalmente si discosta da una messa in scena in cui la cinepresa a mano perde il controllo della finzione e ricorda accidentalmente un documentario; qui, la cinepresa invece facilita il racconto e non invade con uno stile arrogante, anzi si muove svincolata da ogni cliché del cinema indipendente, rinunciando addirittura a ogni sorta di artificio visivo. È incantevole vedere la cinepresa scendere all’altezza di bambini, con gli adulti spesso tagliati.

Il microcosmo (in fondo autosufficiente, in quanto perdura grazie a regole proprie) raccontato da Baker è formato bambini che sembrano adulti e adulti con caratteri infantili, che in realtà non sono mai cresciuti. Non è un racconto insipido che riduce il comportamento dei bambini alla mancanza di una figura di riferimento, ma invece Un sogno chiamato Florida mostra i meccanismi che fanno funzionare certi microcosmi, in cui per esempio i rapporti sono degli interruttori che possono essere disattivati in ogni momento. Il film di Baker abbatte ogni pregiudizio, mescolando temperamenti maturi e infantili, in modo da tratteggiare una società impersonale, che si muove con istinti, spesso cattivi e provocatori, o imitazioni.

L’unico personaggio con un’identità ben distinta è il manager del complesso, un Willem Dafoe incredibilmente bravo a impersonare una sorta di nullità animata, che si muove soltanto per mostrare reazioni ai peccati altrui, come un tergicristallo. La sorpresa più grande è tuttavia la piccola Brooklynn Prince, classe 2010, un talento straordinariamente vispo e versatile, che mette in scena una prova attoriale (se così si può definire) così straordinaria sicuramente grazie all’ottima direzione degli attori.

Il microcosmo di Un sogno chiamato Florida è popolato da ogni tipo adulto ripugnante. I forti sono visti come gente inutilmente scrupolosa, che applica il proprio piccolo potere per creare un ordine che rinchiude, che limita, in modo da creare una parvenza di civiltà agli occhi dei propri simili. Così, le biciclette non possono ostruire il passaggio e i bambini non possono sedersi sul marciapiede. Questi sono restrizioni attuate per dare aria alla bocca, un’illusione sia di potere che di ordine, applicato su gente la cui colpa è quella di desiderare di vivere il mondo a modo loro.

Proprio come I 400 colpi di François Truffaut, ritroviamo una bambina che deve completare un percorso prima di diventarlo: in Un sogno chiamato Florida non si nasce bambini, ma lo si diventa; il desiderio di Moonee non è altro che vivere in un mondo fanciullesco in cui i colori vivaci non sono applicati per coprire il marciume, dove i giocattoli non sono regalati dopo un abbandono, dove tutto è pensato per creare meraviglia nel bambino. Invece è desolante vedere un riferimento al primo segmento di Moonlight di Barry Jenkins, dove due bambini fanno il bagno, una cosa così bella e divertente, in due contesti sintomi di una società problematica e rovinata. L’occhio dello spettatore all’inizio è Jancey, la bambina nuova che viene introdotta al microcosmo; proprio come in Agostino di Alberto Moravia, lei verrà con forza introdotta in un mondo che cerca di respingere, con l’innocenza di chi vorrebbe avere la libertà di singhiozzare per un capriccio.

Un sogno chiamato Florida è un film che non si ferma mai; mostra senza mai condannare. 

 

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