The Square

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Per una sfortuna inattesa, Christian, il curatore del museo di arte contemporanea, subisce un furto proprio durante la promozione della nuova installazione artistica: The Square.

Ruben Östlund apre il suo The Square con un risveglio; poi con inquadrature fisse, quasi televisive, riprende un’intervista tragicomica, rivestita da un sottile manto di umorismo. La personalità della sua opera è evidente sin dalle prime scene, così come il suo magnetismo; l’inizio si conclude con alcuni operai che assemblano un quadrato luminoso per terra, appunto the square del titolo, in un montaggio che richiede prima la distruzione di una statua (che viene ambiguamente decapitata) per creare spazio; la distruzione è indispensabile per dare origine a qualcosa di nuovo.

Il quadrato che assemblano è un’installazione artistica incentrata sul tema della fiducia; la targa informa che “Il quadrato è un santuario di fiducia e amore. Al cui interno abbiamo gli stessi diritti e doveri”. La monarchia svedese è stata abolita e ora al posto di una statua pervasa da simbolismi monarchici è stata sistemata un’installazione artistica che incoraggia l’altruismo; invece il palazzo reale ora è un museo d’arte moderna, al cui interno ci sono installazioni artistiche ignorate, evitate dai turisti che invece cercavano il famoso castello (la guida glielo suggerisce di propria iniziativa; ho riso).

The Square conta parecchio sulla propria comicità. Dopo la prima scena, il film di Östlund è disseminato di scene divertentissime, il cui umorismo arriva in via indiretta (“I mucchi sono diversi”, “E come te ne sei accorta?”), rendendolo di fatto una sorta di chimera, una commedia seria dove invece si scorgono pochi sorrisi. Questo perché l’umorismo è la conseguenza delle situazioni grottesche, le quali però non appaio mai innaturali; The Square procede sul confine subito prima della stravaganza, per mostrare la paradossalità di alcuni aspetti della società moderna.

In questo mondo verosimile, in cui gli adulti sembrano impreparati all’esistenza, incapaci di risolvere problemi facili, l’altruismo, in molte delle sue sfumature, diventa l’argomento centrale. Le argomentazioni del film di Östlund vengono attuate per impartire nello spettatore alcuni ragionamenti razionali e costruttivi, da cui spesso se ne esce disorientati. È un film che sbalordisce e frastorna, durante l’arco dell’intera visione (dura poco oltre 150 minuti), a causa della sua messa in scena incisiva. Alcune scene sono allungate per il bene del racconto, ciò nonostante non è mai né lento né noioso.

Il verdetto che il film emette non è positivo: ne viene fuori il ritratto di una società egoista, dove l’altruismo diventa l’effetto deformato del proprio interesse individuale; i rapporti sono unilaterali, ogni persona è un singolo isolato e per l’altro diventa uno strumento per il proprio scopo. Quella di The Square è quindi un’anti-società che si trascura, che finge di non vedere il prossimo; una società che non riesce a comunicare, che non si fida di nessuno (bellissima la scena del preservativo), direi con ottime motivazioni, perché dare la propria fiducia causa soltanto complicazioni, a causa di adulti impauriti che non riescono a prendersi le proprie responsabilità.

Il ritratto espresso è quello di una società eccessivamente omertosa in cui ognuno è solo; in risposta alle richieste di aiuto ci sono sempre passanti che ignorano. La domanda che pone la ragazza che fa volantinaggio è chiara: “Vuoi salvare una vita umana?”, eppure tutti proseguono oltre (spesso ignoriamo chi vuole darci dei volantini, tuttavia ogni elemento inserito nel film è utile per la narrazione e non è inserito a caso; d’altronde è il film stesso a suggere che l’improvvisazione non esiste), nonostante poi la stessa gente scateni una reazione di disapprovazione per lo spot (unico commento al riguardo: l’inserimento del gattino è geniale).

Quindi si ricava una società contraddittoria, dove il peso della coscienza è inconsistente; dove si svende facilmente la pelle di un conoscente al posto della propria; dove degli adulti fanno la conta ed esultano non per aver vinto, ma per aver perso; dove in generale gli adulti appaiono frivoli (i due che scrivono la lettera minatoria e pensano al font) e incompetenti.

The Square, per congiungere i suoi discorsi, utilizza come pretesto l’arte moderna, tuttavia non lo definirei affatto un film su questo argomento. L’arte moderna qui è vista come una sincerità nociva e provocatoria per la società ipocrita e ottusa, in cui non esiste la lealtà e nemmeno la credibilità. D’altronde i due pubblicitari (non ho potuto fare altro che ricordare Mad Men, forse anche a causa della presenza della Moss), i quali a loro volta appaiono tonti, sono costretti a ideare un modo per promuove una mostra artistica, la quale a sua volta promuove un ideale; un gioco contorto per rimediare all’inconsapevolezza collettiva nei confronti di alcuni ideali fondamentali (per far conoscere l’altruismo).

L’efficacia di The square dipende dal fatto che Östlund utilizza un linguaggio senza fronzoli, con una narrazione che privilegia la schiettezza; il sesso diventa un atto pratico e corporeo, viene ricordato con la descrizione “Sei entrato dentro di me”; un’espressione quanto mai significativa e autentica. The Square è spontaneo, così tanto che spesso riesce persino a spiazzare, anche grazie alla recitazione degli attori: bravissimi Claes Bang e Elisabeth Moss (c’è anche Dominic West in pigiama); bravissimo anche Terry Notary, che non dimenticherò facilmente.

Questo è il cinema che mi piace: una storia pratica ritratta in un contesto tragicomico impreziosito da un linguaggio cinematografico meraviglioso. Con The Square il cerchio cinematografico non solo si chiude, ovvero ritorna al principio, al suo stato più espressivo, ma si trasforma in un quadrato: il linguaggio quindi è costretto a cambiare direzione e sceglierne una nuova, più appropriata per la società moderna che vuole rispecchiare. Ora è finalmente chiaro a tutti che le famose scimmie kubrickiane di 2001 – Odissea nello spazio siamo sempre stati noi.

The Square è un film da vedere assolutamente.

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