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Ready Player One

★★★

In un futuro dispotico, la gente si rinchiude in un mondo virtuale di nome OASIS per evadere dalla realtà deprimente. Parzival è il nickname di un ragazzo il cui scopo è quello di trovare le tre chiavi che il creatore di OASIS ha nascosto nell’immenso universo di gioco. Il premio: una cospicua somma in denaro e diventare proprietario di OASIS.

Ready Player One inizia senza indugio: mentre ascoltiamo il riff iniziale di Jump dei Van Halen (esistono canzoni migliori per iniziare un film?), la regia spielberghiana, libera da qualsiasi costruzione reale, si muove sciolta mentre ci presenta il protagonista e ci introduce nell’ambientazione. Il racconto classico ed efficientemente espressivo di Steven Spielberg è già lampante: lo spiegone indispensabile della voce fuori campo ci inserisce nel background del mondo cinematografico, un futuro dispotico quanto mai credibile in cui “La gente ha smesso di risolvere problemi e si limita a tirare avanti“. Vediamo subito la location futuristica del mondo reale, con roulotte ammassate in torri, unite da impalcature e scale verticali, dove la gente ci sopravvive nel poco tempo in cui passa fuori da OASIS.

OASIS è una sorta di MMOPRG cui si accede tramite realtà virtuale; un mondo virtuale così immenso e variopinto da permettere di realizzare ed essere qualsiasi cosa si voglia: un’interpretazione sia letterale (realtà virtuale) sia simbolica (i mondi inesistenti, come quelli dei videogiochi) di un argomento di cui la società moderna ha esperienza, ovvero l’interpretazione della realtà e l’evasione da essa attraverso espedienti di distacco e distrazione. Nonostante Ready Player One non voglia essere un quadro approfondito di tali argomenti, resta curioso vedere l’ambiguità con cui li tratta, tra uno spettacolare e sproporzionato senso di meraviglia e un rifiuto rigorosamente didascalico.

Ma poco importa: Ready Player One è un film di puro intrattenimento; quindi il contenuto è superfluo, quasi un effetto collaterale. Una sorta di sputacchio per giustificare ogni magnifica scena ambientata nell’OASIS. Per questo, la trama di Ready Player One dà l’impressione di essere inconsistente, e la sua struttura sembra ovviamente essere frettolosa. Gli attori inespressivi interpretano dei personaggi del mondo reale che paradossalmente hanno delle personalità inconsistenti, mentre i loro avatar sono decisamente più attraenti, in un’inconsapevole metafora sulla relazione tra realtà e finzione virtuale.

Ma ripeto, poco importa tutta questa ingenuità, perché Ready Player One riesce a intrattenere almeno gli spettatori più consapevoli, i quali sapranno non solo godersi lo spettacolo del puro cinema spielberghiano, ma soprattutto sapranno divertirsi a cercare le tantissime citazioni della cultura pop presenti nel film (a costo di perdersi dei dialoghi, ndr). La scena della corsa iniziale (senza nessuna musica per coinvolgere, solo un montaggio perfetto e una regia eccellente), oppure quella finale, oppure la scena più straordinaria ambientata nel hotel (non aggiungo altro): sono tutte scene che sbalordiscono e riescono, nella pura realizzazione, a farci sentire i diretti fruitori di uno spettacolo cinematografico – nel senso letterale del termine.

Ready Player One è quindi un giocattolo spettacolare, un film che grazie alla computer grafica riesce a riunire (e forse ammassare) tutto ciò che lo spettatore cerca, nei modi più irrazionali e assurdi che siano stati mai visti. D’altronde lo scopo più nobile della computer grafica è quello di razionalizzare le fantasticherie; ma laddove moltissimi film che ne fanno uso impiegano giustificazioni più reali, Ready Player One fa leva sulla nostalgia e risponde alla richiesta emotiva di quegli spettatori che vogliono soltanto godersi uno spettacolo attraverso l’irrazionalità del cinema, la quale può riunire tanti, tantissimi personaggi che amiamo senza un verso senso logico.

In Ready Player One coesistono due caratteri: uno è uno spettacolo cinematografico straordinario, l’altro è un racconto filmico abbastanza ingenuo. Non accetta nabbi ma anzi richiede molta skill.

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