Tonya

★★★

La biografia della pattinatrice su ghiaccio Tonya Harding: dalla sua vita problematica allo scandalo che la coinvolse nel 1994.

Il compito di Tonya di Craig Gillespie (lo ritrovo dopo anni dal suo film d’esordio Lars e una ragazza tutta sua, che adoro) è evidenziato sin dalla didascalia d’apertura: vale a dire raccontare la verità. Persino la frase finale del film, ostentata quasi con un’arroganza forzata, rimarca il raggiungimento di questa finalità.

Nel tragitto, Tonya è una biografia atipica: la sceneggiatura di Steven Rogers è smaniosa, fitta di situazioni e battute, quindi impone un’eccezionale narrazione accelerata, dove i cambi del montaggio sono frequenti e serrati, tra flashback, interviste ricostruite e, perfino, rotture della quarta parete. L’effetto è entusiasmante: il film coinvolge e diverte, almeno nella prima parte.

Il problema spunta quando Tonya deve ubbidire al suo compito. Nella seconda parte la narrazione diventa più tradizionale, provocando un brusco calo di interesse. L’intento prefissato di Tonya lo rende un film troppo subordinato, esasperando l’inclusione di dettagli pur di mantenere immutato il resoconto dei fatti.

La giustificazione è ragionevole sul piano morale, in quanto con questo film Tonya Harding può finalmente ottenere una sorta di assoluzione mediatica, un risultato che rende Tonya un film nobile, capace di servirsi del cinema, e di un racconto cinematografico straordinario, per un traguardo importante. Quindi peccato per la divario narrativo tra la prima e la seconda parte, il quale è causa di una diminuzione dell’attenzione.

Nonostante l’evidente problema della disparità espressiva, Tonya ha un temperamento particolare, sicuramente per merito della sceneggiatura di Rogers, la quale riesce a costruire un racconto complesso, ingegnoso nell’inserire un gran numero di ragionamenti stimolanti. Tonya è una donna cresciuta senza stereotipi sessuali, quindi le viene insegnato a cacciare e guadagnarsi le cose che desidera. In generale è affascinante il discorso del film sui ruoli sessuali nella società e nello sport.

Tonya ha problemi poiché, nonostante la sua bravura, viene scartata da giudici che non la ritengono abbastanza femminile. Il film punta molto sulla sua protagonista perseguitata dalla sfortuna; lei stessa non fa che ripetere che non è mai colpa sua. Tuttavia, anche se il film di Gillespie si sofferma principalmente su altri avvenimenti, questo atteggiamento sessista è il più importante del film, perché forse è l’unico in cui Tonya non ha mai avuto scelta.

In questo gioco di ruoli, troviamo personaggi grotteschi al limite della caricatura. Il personaggio più macchietta è sicuramente quello di Paul Walter Hauser, l’amico autoproclamatosi esperto, ma sicuramente anche gli altri personaggi hanno delle caratteristiche accentuate, probabilmente tipiche di molti abitanti della provincia americana degli anni novanta. Bravo Sebastian Stan nel ruolo marito prepotente, bravissima Allison Janney, la madre cinica, rozza e schietta di Tonya. Tutti personaggi  forse un po’ stereotipati, ma efficienti nella loro funzione narrativa. Nella prima parte, inoltre, grazie a loro si ride molto, con tempi comici esposti con disinvoltura. Ultima, forse con una ragione, Margot Robbie, protagonista del film: sicuramente brava, secondo me subisce il fatto che paradossalmente il suo personaggio è sempre dipendente dagli eventi che subisce. A volte è persino lasciata in secondo piano.

In questa America dove gli americani “Vogliono qualcuno da amare, ma anche qualcuno da odiare“, Tonya riscatta la figura di Tonya Harding in un biopic particolare che mi ha convinto per metà, per colpa di un carattere instabile. Con tutto ciò lo trovo un film necessario per il nobile scopo che si è prefissato. Va visto per la predica sui ruoli dei sessi nella società e l’incredibile discorso personale che riesce a dispensare.

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