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The big sick

★★★

Durante un suo spettacolo comico, Kumail viene disturbato da Emily, una giovane studentessa di psicologia. Tra i due inizierà un rapporto, nonostante lei non voglia una storia seria e a lui vengano proposte nuove candidate spose dai genitori musulmani

The big sick di Michael Showalter (titolo completo italiano: The Big Sick – Il matrimonio si può evitare… l’amore no, che d’ora in poi eviterò attentamente di nominare) è una commedia vivace, moderna, brillante. Ma soprattutto: divertente. La sceneggiatura è viva, con personaggi verosimili e situazioni che finalmente non riorganizzano la realtà, ma si limitano a riportarla, in una rappresentazione più che credibile delle circostanze che ogni giorno accadono alle persone normali.

L’impressione non è quella di vedere personaggi creati, ma personalità spontanee svestite da ogni formalità cinematografica; quindi ci sono giovani imperfetti che, imbarazzati, non dicono sempre la cosa giusta; anzi dicono idiozie e sottostanno a quell’indole tutta umana di riuscire a rovinare qualsiasi cosa. Perché il loro comportamento è basato su un disorientamento esistenziale, con poche sicurezze e tante imposizioni (un dialogo del film: “I dottori sanno quello che fanno“, “No che non lo sanno, improvvisano come fa chiunque altro“).

Quella di The big sick è la società a cui apparteniamo, formata da giovani confusi e impauriti, i quali non riescono a identificarsi negli ideali tramandati sia dai genitori che dal mondo. Quella descritta è una società integrata ma ancora spaccata dai pregiudizi e dal sospetto verso gli altri, in cui le differenze culturali sono ancora esistenti e provocano malcontento in alcuni giovani che invece non percepiscono diseguaglianze.

L’incredibile contemporaneità di The big sick è dovuta principalmente alla straordinaria sceneggiatura, scritta dallo stesso Kumail Nanjiani (nel film interpreta se stesso) insieme alla vera Emily, Emily V. Gordon, che nel film è interpretata da Zoe Kazan. Ebbene sì: la coppia ha scritto insieme una sceneggiatura per raccontare la propria storia, proprio come accade con La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli (che vi consiglio di recuperare).

Insomma, un cinema che si affida al racconto autobiografico per realizzare un ritratto plausibile della società moderna. The big sick ha capito che il cinema non ha (sempre) bisogno di costruzioni artificiose per raccontarsi, comprendendo finalmente che la genuinità molte volte è sufficiente.

Il merito di questa cognizione è di uno dei produttori del film, Judd Apatow, già produttore di moltissime tra alcune delle commedie americane più riuscite degli ultimi anni e sceneggiatore di una serie TV che come poche altre è riuscita a raccontare le generazioni moderne: Love (la trovate su Netflix).

Un sopportabile difetto è in alcuni punti della struttura narrativa, soprattutto verso la fine, ma soltanto perché The big sick cede alla lusinga di una finzione filmica più impostata. Per il resto, vorrei vedere più film così spontanei e autentici. 

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