Molly’s Game

★★★★

La vera storia di Molly Bloom, che da sciatrice olimpica finì per diventare l’organizzatrice di un giro di poker clandestino frequentato da tantissimi nomi celebri del mondo del cinema, della musica, dello spettacolo e della mafia russa.

Sin dai primi cinque minuti di Molly’s Game è individuabile la tecnica distintiva di scrittura a cui Aaron Sorkin, qui anche nel ruolo esordiente di regista, ci ha abituati. Nel consecutivo quarto d’ora sembrava fosse trascorso il quadruplo del tempo, a causa della smisurata quantità di concetti e dati raccontati, dei dialoghi accelerati, incalzanti, e il flusso folto di fatti.

La sceneggiatura è eccellente, ricca di riferimenti culturali e citazioni. Sorkin è (legittimamente) così sicuro di sé che riferisce tutti gli sviluppi del suo film sin dalle prime scene, sfruttando una narrazione che alterna passato e presente così da esporre integralmente la storia. Geniale l’uso degli aneddoti sportivi e il modo in cui li utilizza per rifinire i concetti che vuole esporre. Ci sono persino i tipici momenti aaroniani di sentimentalismo sdolcinato, tuttavia la sua è sicuramente una sceneggiatura intelligente, loquace, brillante.

A condensare ulteriormente il racconto si interessa la voce fuori campo, a cui Sorkin fa completo affidamento; è questo espediente a incaricarsi della forma più profonda della narrazione, poiché è grazie a esso che l’esposizione dei fatti può fermarsi un attimo e approfondire la descrizione. Sorkin però non smette mai di rincorrere la dinamicità e la rapidità del racconto, infatti Molly’s Game è frenetico, un racconto indiavolato, esaltante, che prosegue rapidamente verso il proprio obiettivo di raccontare la storia di Molly Bloom.

Molly (Jessica Chastain, bravissima) da giovane “Anche per gli standard di un adolescente appariva arrabbiata senza un reale motivo”; una donna determinata, ostinata ma anche benevola, che si muove per distinguersi e poi imporsi; una donna che cerca “Identità, rispetto, e in un posto preciso, in un mondo che riteneva inaccessibile”. Gli ambienti in cui si muove Molly sono prevalentemente maschili, ovvero sia quello del gioco del poker sia quello cinematografico, in un cinema hollywoodiano che sta iniziando a riconoscere l’eroismo delle donne (ricordo un’altra biografia recente, Tonya), o anche soltanto la loro esistenza.

Nonostante Molly abbia capacità straordinarie e sia competente, proprio come il poker sia un gioco che richieda abilità, la sua è una storia che subisce le fatalità della sfortuna, proprio come potrebbe accadere nel poker. Molly’s Game espone un quadro razionale e scrupoloso sulle conseguenze che dettagli impercettibili hanno su avvenimenti più intricati; quindi vediamo una donna intraprendente che subisce ripercussioni imprevedibili ma perfettamente calcolabili. Sorkin è incuriosito dai dati statistici che si nascondono dietro la vita e come questi possano condizionarla, quindi allestisce una narrazione calcolatrice come i fatti che racconta, così facendo stuzzica lo spettatore, lo appassiona.

In questo quadro in cui l’indagine dei fatti diventa così scrupolosa da spogliare la narrazione della sua imprevedibilità, il ruolo dei genitori, e in particolare del padre, in Molly’s Game assume una funzione fondamentale. Il padre di Molly (Kevin Costner, che si conferma essere un attore incredibilmente sopravvalutato) è intransigente e impartisce alla figlia un’educazione rigida; anche il suo avvocato (Idris Elba, decisamente sprecato) è esigente con la propria figlia adolescente. Il film è un confronto tra abilità e casualità, quindi questi ruoli genitoriali meticolosi esplorano l’influenza che l’ambiente ha sulle proprie scelte.

La regia di Sorkin è frenetica come le sceneggiatura; a volte risulta un po’ insipida, aspetto ammissibile dato il ruolo esordiente. È una regia comunque diligente che mi ha sorpreso per la competenza in alcuni punti. D’altronde, girare Molly’s Game non deve essere stato facile: lo stile biografico rimanda a The wolf of Wall Street, Sorkin non scopiazza Scorsese ma sicuramente lo prende a modello, d’altronde è inevitabile con capolavori così impeccabili; inoltre, c’è la durata di Molly’s Game, ben 140 minuti, che di tanto in tanto si fa sentire: il film non annoia mai, anzi, ma sicuramente si percepisce la lunghezza.

L’esordio alla regia di Aaron Sorkin è eccellente, il suo è autentico cinema. Molly’s Game è incredibilmente articolato, ma mai macchinoso. La narrazione è densa, il montaggio frenetico. La storia vale la pena essere conosciuta.

 

8 Responses to “Molly’s Game”

    • Roberto Dragone

      Ho visto Silence soltanto qualche mese fa. Personalmente, credo si potesse tagliare qualcosa in termini di durata (non perché sia noioso o qualcosa del genere, anzi, mi riferisco soltanto ai contenuti ripetuti o diluiti); nonostante ciò, si percepisce il coinvolgimento diretto di Scorsese-autore, sia come grandissimo cineasta sia come uomo cresciuto con la religione cattolica. Bravissimo Driver, Garfield una sorpresa. Ultimamente ho visto un altro film con un protagonista in crisi di fede: The Supplement di Krzysztof Zanussi, che secondo me rispetto a Silence è più incisivo per quanto riguarda i dialoghi. Ultima cosa: mi è capitato di recente di rivedere Fuori orario (film bellissimo) ed è curioso vedere come lo stile scorsesiano sia cambiato negli anni.

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      • Roberto Dragone

        Fuori orario è un film fuori di testa. Quando l’ho visto la prima volta ho pensato che la critica sociale era ben camuffata e trovasse espressione in una trama che dà l’illusione di non esistere; un film nel senso più allegorico del termine: ovvero qualcosa fuori dagli schemi, sopra le righe, quasi senza senso. Lo spettatore attende all’infinito che accada qualcosa (che inizi una trama) mentre nel frattempo accade di tutto. Erano altri tempi: era il 1985 e il cinema hollywoodiano era fondamentalmente diverso. Oggi il mercato è sicuramente più esigente e difficile, e nonostante Scorsese sia (in parte) libero da quegli scomodi accordi che legano autore e produttori (quindi arte e marchio), l’evoluzione del cinema da “folle” a “commerciale” (perdona le doppie virgolette) si percepisce.

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      • wwayne

        E non è detto che sia un male: Cimino si è giocato la carriera a forza di inseguire un modo di fare cinema totalmente slegato dalle logiche commerciali e dai gusti del pubblico, e sarebbe un peccato se accadesse lo stesso con Scorsese.
        Colgo l’occasione per consigliarti questo splendido film (anch’esso diretto da un grande autore): https://wwayne.wordpress.com/2016/08/02/un-film-che-ti-entra-dentro/. Vederlo mi ha reso una persona migliore. Lo conoscevi già?

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      • Roberto Dragone

        No, infatti non penso nemmeno io sia un male, anche perché non penso che Scorsese si sia mai venduto, per così dire; nemmeno nei suoi lavori più commerciali.

        Conoscevo il film, ma ammetto che Almodòvar non rientra tra i registi che apprezzo di più. Però mi piace sempre guardare film di ogni genere o tipo, quindi mi sono segnato Julieta nella lista desideri.

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