A Beautiful Day – You Were Never Really Here

★★★½

Joe (Phoenix) accetta l’incarico di cercare la figlia scomparsa di un politico locale.

La sceneggiatrice e regista Lynne Ramsay predilige un linguaggio cinematografico indiscutibile per A Beautiful Day – You Were Never Really Here (bellissimo il titolo originale: Non sei mai stato davvero qui); sin dai primi quadri si riesce a individuare un racconto fondato interamente sulle immagini: l’autrice polarizza l’attenzione dello spettatore sul loro valore narrativo, quindi si affida a un racconto visivamente espressivo, seppur rilassato e a tratti lento.

Quindi lo spettatore si concentra, interpreta e riflette sul contenuto delle immagini, sul significato dei gesti, che man mano aumenteranno e si svilupperanno e il racconto si intricherà, grazie anche a un montaggio che si intensifica con l’aiuto di flashback, i quali lasceranno che gli incubi del protagonista si infiltrino nel racconto, e una colonna sonora, spesso invasiva, che scandisce il ritmo. Il racconto è intenzionalmente lacunoso: c’è un intrigo senza dettagli, alcuni sviluppi senza delucidazioni, e tutto ciò è assai intrigante poiché l’opera riesce comunque a costruire una propria coerenza narrativa.

Il risultato è una combinazione contraddittoria, poiché la violenza delle scene trova un racconto disinteressato alla sua spettacolarizzazione; la violenza, seppur efferata, non diventa mai la protagonista della scena; anzi Ramsay mostra la furia umana ma non la esibisce, in un gioco affascinante e insolito in cui molto è occultato e sottinteso. Quindi Ramsay gioca con i contrasti: mostra una figura forte (Phoenix) in circostanze affettuose e poi mostra una figura debole (Ekaterina Samsonov) procurarsi da sola la salvezza; lo scopo raggiunto di queste contraddizioni è offrire un racconto insolito che superi i cliché del genere: l’eroe è un anti-eroe, gli sviluppi del complotto non interessano alla trama, la violenza non è spettacolarizzata.

Il racconto inconsueto compone il carattere introspettivo dei personaggi: Joe (un Joaquin Phoenix ingrassato e imbruttito per la parte; il suo talento è una riconferma) è distrutto dalla vita; la sua è una ricerca della realtà, infatti cerca il vento con le mani, vuole avvertire sul viso le gocce di pioggia. Ormai avvilito, vive al limite (pensate al lavoro che fa) e gioca con la propria vita (la scena del coltello, oppure quella del treno). È mosso dalla rabbia, ma decide di fare questo mestiere per salvare (e salvarsi): A Beautiful Day è un film sulla salvezza, con persone da salvare dalla rovina. Eppure, le figure mostrate sono già esistenze fioche, che paiono corpi risvegliati dopo la loro morte.

Il problema del film è l’instabilità registica di Ramsay, in quanto non appare sempre all’altezza del racconto. A tratti la sua regia sembra mal elaborata, in altri artificiosa. Il difetto più rilevante è il distaccamento emotivo della storia: pare che il racconto impassibile a volte sia uno svantaggio, una fissazione artistica che Ramsay non riesce a gestire. D’altra parte ci sono scene davvero brillanti, come quella che utilizza le videocamere di sorveglianza.

Sono tuttora indeciso sul giudizio riguardo A Beautiful Day, quindi ignorerò alcune lacune per fidarmi soltanto delle sensazioni avvertite durante la visione. È un film coinvolgente che però a volte sembra mancante di una propria personalità, o forse, tra il citazionismo e l’imitazione (troverete numerosi rimandi ad altre opere: da Léon a Taxi Driver, fino a passare per l’opera più celebrata, Drive di Refn), Ramsay è riuscita a crearne una nuova. 

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