Dove non ho mai abitato

★★★

Dove non ho mai abitato inizia con un ritorno; a prescindere dalla necessità di raccontare i fatti che accadono nella trama (la figlia Francesca che torna dall’estero per il compleanno del padre), il film di Paolo Franchi tiene a mostrare le immagini di un ritorno, come una previsione riguardo l’esigenza ormai prossima di chiudere i conti in sospeso. Dopo le immagini del ritorno di Francesca, vediamo un’inquadratura che dalle fondamenta della casa si sposta e sale sempre più in alto, fino ad arrivare al pian terreno, dove troviamo finalmente la vita; quindi, le immagini iniziali appaiono incredibilmente allegoriche: un ritorno che permette ai conti in sospeso di riemergere dalle fondamenta.

Il film è effettivamente un ritratto sulle conseguenze di quei rimasugli che l’avanzamento rapido della vita ci obbliga a lasciare in sospeso. I protagonisti del film sono esistenze “opache“; entrambi non dormono, come se l’esistenza gli sembrasse così ingombrante da mostrarsi davanti ai loro occhi anche durante la notte. Francesca (Emmanuelle Devos) viene descritta come una “borghese frustrata” mentre Massimo (Fabrizio Gifuni) è un architetto “capace di costruire soltanto case per gli altri“. La casa di Massimo è infatti incredibilmente spoglia, con scatoloni chiusi all’ingresso la cui apertura sembra metaforizzare la promessa di stabilità e quindi la conseguente conclusione di ricerca di quel guizzo che gli permetta di sentirsi finalmente appagato.

Dove non ho mai abitato è infatti un film che disillude le aspettative riguardo la compiutezza che si raggiunge automaticamente con l’età adulta; Massimo sembra rimasto indietro riguardo le continue richieste della vita di trovare una collocazione. La sua sembra un’esistenza spostata dalle correnti dei fatti: vive annoiato alla giornata e percepisce il peso di ogni fallimento, ingigantendone ogni conseguenza. Francesca non è molto diversa, tuttavia è più furba (o meno accondiscendente) e ha ceduto alla facciata illusoria di una famiglia che le potesse riempire quei vuoti causati dal disorientamento esistenziale: Massimo passeggia come le mani in tasca non sapendo cosa fare mentre Francesca ha cura della propria famiglia.

Quindi sono rimasto un po’ dispiaciuto quando gli inevitabili risvolti della trama hanno portato i due ad affrontare una scontata tensione sessuale, come se la ricerca della propria collocazione nel puzzle del mondo (richiamato anche dal titolo e dal mestiere dei due: architetti che costruiscono case, quindi l’immagine-luogo più d’impatto sulla collocazione di un individuo nel mondo) si riduca a una semplice ricerca di un partner. Non è proprio così e anche il film a volte lo esprime e lo sottolinea, soprattutto perché l’amore non viene idealizzato; anzi, Dove non ho mai abitato chiude alcuni punti in sospeso ma ne riapre altrettanti nelle vite dei protagonisti e lo fa proprio per discostarsi dal perbenismo sentimentale che caratterizza alcuni film di carattere amoroso.

L’amore non solo non è una soluzione, in un film in cui è continuamente visto come un peso, una mancanza o una discesa in compromessi troppo ingombranti, ma addirittura non sembra nemmeno una risposta. Per questo motivo trovo banali gli scontati risvolti di attrazione sessuale in un film che sembra (ed in parte è) una ricerca più profonda di soluzioni, per così dire, alla vita opaca. Tuttavia la maturità che caratterizza i due protagonisti, e li guida nelle scelte da intraprendere per il bene della propria sopravvivenza, viene totalmente abbandonata in favore di un’ingenuità piuttosto sciocca che li obbliga a ridere imbarazzati in tutte le occasioni in cui il film (quindi la loro vita) gli paleserà la loro attrazione. A questo punto il carattere maturo del film, che utilizza nemmeno troppo metaforicamente le case come oggetti di collocazione nel mondo, diventerebbe in parte banale, se non fosse per l’aria disillusa, e incredibilmente aperta, che lascia nel finale.

Sul piano prettamente del linguaggio filmico, Dove non ho mai abitato ha diverse lacune facilmente sopportabili grazie all’offerta contenutistica. Il film di Franchi soffre di un carattere costruito a tratti fastidiosamente marcato, con una finzione filmica che prevale sulla verosimiglianza delle situazioni. Ovviamente è richiesto che i personaggi siano sempre perfettamente illuminati, tuttavia qui la fotografia raggiunge apici di illogicità, con luci che sbucano chissà da dove per illuminare i corpi e gli sguardi degli attori con precisione nonostante l’ambiente sia totalmente buio.

Inoltre, ritengo Dove non ho mai abitato un film in parte formale a un livello quasi sgradevole. Esempio: la trama annuncia il ritorno in Francia di Frencesca, quindi nella scena seguente e la vediamo inutilmente in auto, in una posa esageratamente plastica, mentre la torre Eiffel viene specchiata dal finestrino; Manfredi (Giulio Brogi), padre di Francesca, chiede a Massimo di far partecipare la figlia al progetto e quest’ultimo risponde con un’espressione di un disappunto velato. Insomma, piccoli esempi del carattere classico del film, che insegue e raggiunte un’espressività fastidiosa nel suo essere formale e inverosimile.

La colpa, se così vogliamo chiamarla così, è di una regia statica e a tratti impacciata, la quale non è aiutata da un montaggio a tratti spiacevole che utilizza diverse inquadrature statiche di riempimento per effettuare alcuni cambi. Tuttavia tutto ciò non rovina la visione di un film che si è dimostrato incredibilmente maturo ed evocativo, grazie anche alle interpretazioni di attori bravissimi che spesso salvano l’atmosfera del film dalla fastidiosa formalità che alcuni dialoghi sembravano voler imporre.

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