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SULLA MIA PELLE di Alessio Cremonini

★★★½

Il punto di vista scelto dall’opera di Alessio Cremonini è lampante sin dal titolo: Sulla mia pelle, infatti, utilizza un aggettivo possessivo che pone al centro la figura di Stefano Cucchi; la prima persona singolare crea un senso di coinvolgimento ancora prima che il film inizi, perché a essere narrata è la sua storia e quella che sentiamo è la sua voce.

Vediamo poi ciò che accade sulla sua pelle in un film materialista in cui la decadenza del corpo è una dimostrazione crudele dei fatti raccontati. Cremonini pone Cucchi al centro del racconto, finché il corpo non diventerà un essere narrativo autonomo rispetto a Cucchi stesso quando la sua salute peggiorerà e sarà costretto all’immobilità. Sono numerosi i momenti del film in cui vediamo il suo corpo inerme, abbandonato come un oggetto ingombrante; in questi momenti ci ho visto la Pietà vaticana di Michelangelo Buonarroti, ma senza una figura amorevole che si prendesse cura dell’oppresso. La cronistoria dei fatti avanzerà ponendo sempre più in primo piano il corpo di Cucchi, finché nella seconda parte del film proprio il corpo non diventa il protagonista in un monologo di immagini silenzioso ed espressivo.

Il film conta ovviamente sullo spettatore-testimone, il quale viene posto davanti a immagini cinematografiche che mostrano attendibilmente i fatti realmente accaduti; quindi l’obiettivo della cinepresa e gli occhi dello spettatore diventano necessari per far sì che la realizzazione di questo progetto esprima la sua vera natura, che altri non è che uno degli scopi più alti dell’arte: la testimonianza. E se il cinema è un’immagine speculare, c’è un confronto tra l’immagine riflessa attraverso lo specchio della palestra all’inizio del film, durante gli allenamenti, e quella mostrata nel riflesso dello specchio portatile sul letto di morte (a quel punto, il suo corpo leggero sarà macchiato da lividi e incapace di muoversi da solo, un pensiero a Hunger di Steve McQueen è d’obbligo): nel primo riflesso il corpo libero e sano è mostrato in uno specchio enorme; nella seconda, lo specchio è minuscolo, la figura di Cucchi è stata rinchiusa e dominata dai fatti. In entrambe le scene Cucchi guarda direttamente in camera, negli occhi dello spettatore-testimone.

Questo tipo di comunicazione è simbolo della scelta di Sulla mia pelle di mostrarsi direttamente, senza nessun fronzolo cinematografico. Questa scelta non sempre risulta vincente, poiché a volte si ha l’impressione che Cremonini sia consapevole di non saper rischiare, più che aver scelto consapevolmente di non farlo; il film, infatti, preferisce un semplice racconto di testimonianza dei fatti in un elenco sistematico nel quale le immagini hanno una precisa collocazione nel tempo e nello spazio. Il risultato è un film che a tratti sembra un documentario recitato, ma in questo limbo caratteriale trova comunque una propria identità, seppur a tratti cinematograficamente insipida, la quale lo rende peculiare attraverso le proprie imperfezioni narrative. Potremmo discutere per molto tempo ed elencare tutto ciò che Sulla mia pelle non è, tuttavia credo che proprio nella sua aridità artistica abbia trovato la giusta voce per raccontare la storia. Questo non so (non credo) se sia un merito di Cremonini, in quanto si percepiscono tentativi di raffinatezza cinematografica mal riusciti; il risultato, così espressivo ma anche sterile, sembra, quindi, quasi involontario.

Ma poco importa. Sulla mia pelle è quel cinema che si limita a mostrare. Si sono concentrati molto sulla testimonianza trasmessa dall’incredibile interpretazione di Alessandro Borghi, il quale si immerge completamente nel proprio ruolo (non mi viene da scrivere personaggio) e dà l’impressione di essersi immedesimato con tutto il proprio corpo. Il suo sguardo impaurito e indifeso è ciò che rende la visione del film straziante, mentre la sua voce diventa sempre più incomprensibile (in alcuni punti ho fatto fatica a capirlo) e il suo corpo sempre più inerme – una statua dolorante che strascica parole e muove soltanto gli occhi. È difficile vederlo soffrire e dolersi (sono toccanti i momenti in cui, al centro del film, appena lo lasciano sedere, cerca un punto su cui poggiarsi e riposare), poiché a prescindere dal coinvolgimento che lo stile impersonale riesce a trasmettere, le immagini restano una calamita a causa della storia che raccontano, ed è ovvio che lo spettatore di Sulla mia pelle ne sarà interessato, quindi il titolo così specifico troverà facilmente qualcuno disposto a lasciarsi travolgere; tuttavia questa terribile sensazione, nonostante ci sia, probabilmente è più una conseguenza del background che della riuscita film in sé.

L’unico dispiacere della distribuzione limitata di Netflix lo trovo nel fatto che nonostante l’assassinio di Stefano Cucchi abbia finalmente trovato espressione in un mezzo diretto e popolare come il cinema, questo film non possa essere visto da quante più persone possibili. È su Netflix mentre andrebbe trasmesso in prima serata sulla TV pubblica, con la scritta costante e scomoda tratto da una storia vera.

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