Lazzaro Felice

★★★★

Lazzaro felice è un film senza compromessi: attori improvvisati mettono in scena una favola surreale, mentre sono fotografati esclusivamente con luci ambientali che non accettano aiuti nemmeno di notte, creando così scene notturne scarsamente illuminate. Così come alcune opere letterarie sovversive (mi viene in mente Bulgakov con Il maestro e Margherita), Alice Rohrwacher scrive una storia universale, anche se perfettamente inserita nel contesto socio-culturale moderno. Il risultato finale è un’opera sia dolorosa che fantastica, che colpisce per l’atmosfera surreale che riesce a ricreare.

Quello di Rohrwacher è quello che potremmo definire una favola politica che, nonostante detesti questo termine, non credo sia adatta per il grande pubblico, questo perché utilizza un linguaggio allegorico, ovvero le situazioni raccontate sono sempre ben definite ma nascondono significati complessi. Quella del film è una facciata (come la fattoria di Orwell) che nasconde una critica aspra e schietta contro quegli sviluppi socio-culturali che negli ultimi cent’anni hanno solo all’apparenza migliorato la qualità di vita del ceto basso. In Lazzaro felice ci ho visto la storia dell’Italia recente: la classe dirigente che ha conferito più diritti ai contadini che però con gli anni, a causa di una politica avida, hanno subito un impoverimento, in uno sviluppo socio-economico che ha eliminato la classe media e disposto ancora di più ai margini le classi più povere.

Tuttavia, il racconto di Rohrwacher è libero da ogni genere e fedele soltanto a se stesso. Stilisticamente appare come una poesia cinematografica, un racconto felliniano libero anche dalla verosimiglianza. Nella prima parte si ha infatti l’impressione che manchi qualcosa, che fino a quel momento Lazzaro felice si sia trattenuto, infatti avrà in serbo sviluppi coraggiosi e inaspettati che sicuramente sorprendono. Bello, bellissimo il cinema di Rohrwacher: coraggioso, contenutisticamente rivoluzionario rispetto al panorama del cinema moderno, anche se con intelligenza strizza l’occhio a grandi opere che in passato hanno saputo raccontare la realtà con assoluta lucidità.

Lazzaro felice sembra un film in cui Gelsomina, dal capolavoro di Federico Fellini La strada, vive nell’universo rivoluzionario di Novecento di Bernando Bertolucci, popolato da figure che paiono come nel film di Ettore Scola, Brutti, sporchi e cattivi. Nell’universo cinematografico del film di Rohrwacher i riferimenti e i rimandi (cinematografici e letterari) ad altre opere si mescolano e si fondono per creare un racconto che sembra l’evoluzione di quei concetti espressi già in passato; Lazzaro felice sembra un nuovo capitolo nel percorso artistico della cronologia italiana, un film amaro che testimonia come venga trattato e che fine faccia un buono, un ingenuo sognatore, una bellezza innocente, in un mondo la cui la struttura sociale assume il funzionamento di una catena e non di un semplice scambio unilaterale: qui non ci sono semplicemente sfruttatori e sfruttati, poiché il confine diventa più indefinito e (in)umano; ci sono invece sfruttatori e squali, e il bene viene sfruttato e deriso, manipolato e infine incompreso.

Ma Lazzaro felice ha più facciate. Nella prima parte, nel nido familiare vi sono decine di componenti racchiusi in spazi angusti (come accadeva nel film d’esordio di Béla Tarr); non si capiscono bene (tutti) i legami parentali, vediamo soltanto che ci sono donne e uomini sfruttati come bestie: non hanno gioie di vita, non hanno diritti, si vedono negare persino l’amore. Ma proprio come i ceti più bassi della società non sanno fino a che punto sono sfruttati. In questo contesto già fin troppo deprimente (seppur sia descritto con assoluta leggerezza), troviamo Lazzaro (un bravissimo Adriano Tardiolo): un ragazzo estremamente buono e ingenuo (così tanto che a volte sembra scemo) che non viene rispettato dagli altri contadini. Come suggerisce la marchesa (Nicoletta Braschi): lei sfrutta i contadini e loro sfruttano Lazzaro. Il ragazzo è taciturno e ha un leggero sorriso perenne. È felice perché è inconsapevole di essere sfruttato da chiunque, persino dal suo “amico” Tancredi (Luca ChikovaniTommaso Ragno); quest’ultimo è il pupillo presuntuoso della marchesa che si nasconde tra i monti e si rifiuta calvinamente di scendere per protestare contro l’avidità della madre. La sua è una finta lotta sociale, anzi è egli stesso avido di servilismi e sangue.

Lazzaro felice è un mondo complesso, un racconto che ramifica le situazioni e i concetti espressi per delineare un disegno che assume più significati. Descriverne la trama, ovvero i fatti accaduti, esclude il vero carattere del film, poiché questo è nascosto sotto il manto dell’atmosfera fantastica e dietro i numerosi rimandi, da quelli religiosi a quelli più surreali. Lazzaro felice è già un classico del cinema italiano, un’opera coraggiosa e fortemente espressiva che va collocata insieme ad altre grandi opere che costellano quella storia cinematografica nostrana in cui i più invisibili hanno finalmente la propria voce. Ma nel film di Rohrwacher, chi sono i veri cattivi? Come nella realtà, la risposta lascia l’amaro in bocca.

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