First reformed

★★★★

Nel dibattito cinematografico tra Dio e l’Uomo, First Reformed si allontana dal dubbio tormentato di Silence di Martin Scorsese ed estremizza e avanza invece nel concetto espresso in The Supplement (2002) di Krzysztof Zanussi, film in cui un laureando in medicina si poneva il dilemma su come potesse il suo Dio ammettere tutta quella sofferenza nel mondo; il film di Paul Schrader è più terreno e la colpa di quella sofferenza diventa unicamente dell’Uomo, quindi la domanda diventa: Dio ci perdonerà?

Se il protagonista del film di Zanussi era prossimo a precipitare nel baratro, il reverendo Toller (un bravissimo Ethan Hawke, nonostante il doppiaggio a tratti lo faccia sembrare Batman) di Schrader vi è già completamente immerso: il suo senso di colpa per la perdita del figlio ha scisso la sua personalità, prima devota ed estremizzata verso la vita militare, ora ramificata in una dedizione verso la religione; però è un ipocrita, proprio come l’Uomo (distruttore) di cui il film si lamenta e combatte; Toller infatti tiene un diario in cui confessa il proprio orgoglio umano – intollerabile per un uomo di chiesa come lui – e sottolinea in quelle pagine la sua autodistruzione meticolosa, la quale si contrappone alla facciata in divisa che osteggia davanti ai dubbi esistenzialisti di Micheal (Philip Ettinger), depresso per l’idea opprimente di mettere al mondo un figlio su una Terra prossima alla rovina per colpa dei cambianti climatici.

I bambini sono pieni di speranze, di ingenua fiducia; un giorno quella bambina crescerà, diventerà una giovane donna, mi guarderà negli occhi e mi chiederà se fin dal principio sapevo come sarebbe andata. A quel punto, cosa dovrei risponderle?“.

L’empatia razionale di cui i personaggi sono tormentati li obbliga a un senso di colpa che gli richiede di agire – d’altronde, Schrader è (chiaramente) lo sceneggiatore di Taxi Driver (proprio di Scorsese, citato sopra) e creatore di quell’anti-eroe di Travis Bickle che, mosso in parte dalla follia, fece ciò che riteneva giusto fare. Toller invece è più egoista e l’intero First Reformed gli porge sviluppi e personaggi per spronare il suo cammino verso la salvezza personale.

Nonostante l’argomento religioso, in First Reformed non sembra ci sia un Dio: i religiosi ne parlano come una sorta di marchio registrato, un bambino ormai cresciuto che non ha più bisogno di attenzioni; inoltre, il mondo descritto è impersonale, confinato in inquadrature (e un formato dell’immagine chiuso nei 4:3) che analizzano geometricamente i fatti; il candido della neve compare soltanto quando c’è bisogno di vedere il contrasto del sangue rosso; non c’è musica, anzi la musica è rotta, finché non viene riparata e il film si trasforma, come se l’accompagnamento musicale diventasse un’alterazione che la realtà terrena non merita. Le persone sono spoglie di ogni fittizio filmico: annoiate, mediocri, struccate, espellono bisogni fisiologici (rifiuti che generano rifiuti) e cercano contatti umani, più che la parola di Dio.

“Il coraggio è la soluzione alla disperazione, la ragione non fornisce nessuna risposta”.

L’autenticità del personaggio di Toller è l’elemento più efficace del film: la sua scrittura sfaccettata e pragmatica appiattisce volutamente tutti gli altri personaggi, rendendolo di fatto l’unico consapevole in un mondo di accecati. Tuttavia, Schrader riserva a ogni suo personaggio una patina di grigiore, una sorta di disperazione esistenzialista soffocata dai ruoli che ricoprono. I personaggi oltre Toller volutamente non sembrano persone reali: sono monotoni, avviliti dallo sconforto. Questa intonazione è spesso incoraggiata dalle inquadrature: se spesso i dialoghi sono catturati da piani-sequenza dove i personaggi vengono mostrati teatralmente, nella seconda parte delle scene le inquadrature diventano primi piani, i quali opprimono i personaggi e sollecitano la loro angoscia. Schrader raschia la loro superfici equilibrate e li mostra più da vicino, in espressioni vagamente disperate.

Nonostante la realtà terrena, però First Reformed è un eccezionale film consapevole del cinema. La voce fuori campo di Toller (che legge il diario e chiarisce i suoi veri pensieri) a volte sovrasta il racconto, esprimendo quindi la natura doppia del personaggio (la quale è intrinseca, quindi non solo è scontata la falsità dell’uomo, ma lo è anche quella del reverendo). Le scene hanno i tempi giusti, sono lunghe, esplicative, sintomo di una scrittura consapevole del soggetto e capace di esprimere con perfezione l’intento che si era prefissata.

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