Notti magiche

★★★½

È straordinaria la lucidità con cui Paolo Virzì ha costruito il mondo del suo ultimo film, Notti magiche. Ci aveva promesso un giallo ma in realtà l’assassinio non è che un pretesto che presto viene dimenticato. Un’automobile precipita da un ponte e finisce in acqua, mentre a pochi metri dalla riva decine di tifosi sono dispiaciuti per la sconfitta, avvenuta pochi secondi prima, dell’Italia contro l’Argentina durante i mondiali del 1990. Nell’automobile viene ritrovato morto un famoso produttore cinematografico (Giancarlo Giannini), specializzato in pellicole per il grande pubblico. È stato ucciso il produttore che ha ucciso il cinema con i suoi film; la ricerca del colpevole e quella del movente ovviamente scateneranno un racconto a ritroso narrato dai tre protagonisti, sceneggiatori finalisti di un premio prestigioso, i quali sono accusati dell’omicidio.

Sin dai primi minuti e dalle prime battute (il carabiniere che commenta il rigore fatale durante la telefonata con il suo capo), Notti magiche dimostra un carattere sopra le righe; non punta di certo al realismo, anzi i personaggi (non protagonisti-compresi, ma soprattutto loro) sono grotteschi, insoliti, caratterizzati da personalità strampalate e spesso recitati con stravaganza. Nel trio dei protagonisti c’è la donna “in lutto per la sua vita“, un laureato pignolo e informatissimo sul mondo del cinema e un giovane istintivo, avventuriero, che si butta nella vita e ci prova con tutte le donne che incontra (“Abbiamo fatto un cineforum con i suoi film: film lenti, ma belli, bellissimi“). Loro tre verranno introdotti nell’ambiente cinematografico romano, popolato da autori “Giovani di 60-65 anni“, tutti stanchi, rinchiusi nelle loro (non idee ma) certezze di come il cinema deve o non deve essere. Si stanno svolgendo i mondiali e nei bar si discute animatamente, ma non di azioni da goal ma di cinema: i vecchi cineasti litigano su sceneggiature e linguaggi cinematografici, in scene surreali per la loro natura così discorde con la realtà.

Notti magiche mostra il meglio di sé proprio nella ricostruzione di questa industria cinematografica italiana, in cui i ruoli rinchiudono: gli sceneggiatori sono visti come delle “scimmie ammaestrate” e vengono messi a lavorare in stanze anguste che ricordano le fabbriche abusive di prodotti contraffatti; le donne invece sono delle segretarie (che camminano saltellando, facendo tintinnare le collane), oppure sono donne da spiare o possedere e poi abbandonare; le donne sceneggiatrici sono silenziose, e quando parlano esprimono i loro dubbi; i giovani, in questa industria, sono una seccatura. I tre sceneggiatori di Notti magiche, Virzì stesso, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo (tre come i protagonisti), sono riusciti a scrivere un’opera solida, incredibilmente coerente e caratteristica che espone un ritratto ben delineato nello scontro tra il cinema e chi fa cinema e tra il cinema e i propri spettatori. Sono scontri di incomunicabilità, poiché lo spettatore vorrebbe film “Da piagne, da ride o de paura“, mentre gli sceneggiatori “Sanno fare gli sceneggiatori ma non sanno fare gli spettatori“, perché perdono troppo tempo a cercare di capire come dovrebbe essere raccontata una situazione per funzionare piuttosto che farla accadere e basta.

In questo mondo industriale cinematografico, quindi, i film diventano puramente un prodotto e il cinema italiano, quello d’autore “morboso“, viene ucciso (a quanto pare era già morto negli anni ’90) dall’incomprensione e non ha più senso di esistere. La fama è sincera soltanto se proviene dai nuovi arrivati, mentre quando proviene dai veterani è una considerazione falsificata dagli interessi individuali. Non è un’industria (termine già quasi viscido per un ambiente artistico) ma una battaglia, e in questa battaglia, la televisione sembra giocare un ruolo decisivo. Contro l’idea stereotipata del cineasta intellettuale, in Notti magiche il tempo lavorativo si ferma durante le partite dei mondiali, tuttavia è proprio il ruolo della TV-oggetto ad avermi incuriosito: le TV accese attirano l’attenzione dei personaggi più frivoli, mentre i personaggi più motivati hanno la TV spenta, altri invece la tengono accesa ma la ignorano; il personaggio più appassionato e rivoluzionario ha una TV rotta, con lo schermo chiaramente spaccato. La TV non è assolutamente da vedere come un declassamento dell’intrattenimento, quanto più una sua scissione. L’inizio di Notti magiche decreta l’inizio di un cambiamento, perché il cinema muore per rinascere sotto più forme; esso, trova una nuova strada espressiva, quella televisiva; questa strada dà risposte, poiché riesce a comprendere meglio alcuni spettatori in quanto ammette che il cinema non è mai sbagliato, mentre potrebbe essere sbagliato il modo in cui viene percepito. Notti magiche non giudica né penalizza, tantomeno generalizza, anzi, ammette che, probabilmente, il cinema nessuno lo capisce davvero, perché ognuno è accecato dal proprio egoismo. Infatti nessuno legge le sceneggiature ma tutti vogliono modificarle.

Grazie a questo ritratto schietto dell’industria cinematografica, sotto alcuni aspetti Notti magiche mi ha ricordato Ave, Cesare! dei fratelli Coen, soprattutto anche grazie alla comicità del film di Virzì, la quale non tarderà a provocare risate sincere. Tuttavia, mi sono perso nelle altre citazioni (credo siano a decine) e non credo di avere la cultura necessaria per coglierle tutte. Ritroviamo personaggi davvero esistiti (senza fare spoiler) mentre altri sono quasi sicuro che rimandino a grandi nomi del cinema italiano dei tempi (come l’avvocatessa “stronza di tutti questi stronzi“). Bellissima questa mescolanza tra reale e finzione, tra sogno e realtà. Se in Ella & John Virzì faceva amare la vita, qui punta all’amore verso il cinema. Per farlo, diventa un autore completo: la sua presenza è ovunque in Notti magiche, infatti quasi non si nota. Un po’ come l’acqua di Wallace.

 

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