Widows – Eredità criminale

★★½

Widows – Eredità criminale (d’ora in poi ometterò l’orribile sottotitolo italiano) inizia con un montaggio alternato, in cui le immagini d’azione di una rapina si scambiano con quelle che mostrano la vita privata dei rapinatori (l’immagine in cima è la scena d’apertura del film); il montaggio crea una scena favolosa, l’attenzione dello spettatore è immediatamente calamitata (nel piano-sequenza nel furgone la mia mente è automaticamente andata alla famosa scena in auto presente in I figli degli uomini di Alfonso Cuarón), almeno finché la scena finisce e inizia il film, o meglio, inizia la lenta presentazione di tutti i personaggi e l’introduzione alle loro situazioni. 

Steve McQueen ha voluto trarre un film dalla sua miniserie televisiva preferita (Le vedove, 1983-1985), ne consegue la sensazione di vedere un film che contiene situazioni compresse in una durata limitata. Dopo l’inizio entusiasmante, Widows cala presto l’interesse per colpa della mediocrità della sceneggiatura che appiattisce ogni caratterizzazione. La sceneggiatura, dello stesso McQueen in collaborazione con Gillian Flynn (L’amore bugiardo – Gone girl), non riesce a districarsi tra i numerosi personaggi e le situazioni che li riguardano, in quanto esce sconfitta dall’approfondimento necessario per il coinvolgimento.

I personaggi sono banali, piatti, rinchiusi in ruoli stereotipati: il politico è corrotto (Colin Farrell nella parte di Colin Farrell), lo scagnozzo è sadico (la scena andersiana del bowling), la bionda è sfruttata. È vero che lo scopo di McQueen è proprio quello di mostrare un riscatto, non solo sociale e femminile, ma anche cinematografico, mostrando donne cavarsela anche senza gli uomini (battuta del film: “I nostri mariti non torneranno, siamo sole“), tuttavia è proprio la sceneggiatura a tradire questa premessa, poiché offre un confronto inappropriato; a un certo punto le protagoniste affermano di “voler essere brave come una squadra di uomini“. 

McQueen fa tutto quel che può nel migliore dei modi: dissotterra le paure più recondite dei personaggi, li guarda attraverso specchi che distorcono la loro immagine, oppure superfici che li proteggono o filtrano la loro immagine dolorante (il discorso del dolore allo specchio mi ha ricordato quello già fatto da Pablo Larraín in Jackie). McQueen innalza il genere (dimenticate il ritmo del trailer voi che entrate) a una qualità artistica notevole, con tecniche di ripresa che sanno proporre scene bellissime, seppur non particolarmente sofisticate. Il suo potere è quello di saper sfruttare il contesto sociale in cui la storia è stata chiaramente ambientata: una realtà difficile, nella quale i tanti problemi sociali sono scontati nelle vite dei personaggi. Il potere dell’impegno sociale di Widows sta proprio nel fatto di non essere incentrato sui problemi sociali, ma li sottintende come se fossero ormai naturali. 

Quando inizia la seconda parte, Widows cambia completamente registro ma ormai ero completamente distratto, e lo sono rimasto almeno fino al finale – non al finale vero, poiché Widows sembra avere la sindrome del film che non (sa come) vuole finire, ma l’imbarazzante resa dei conti, una scena caratterizzata da una recitazione decisamente sproporzionata, quasi melodrammatica, la quale confessa finalmente il carattere frivolo (tra schiaffi senza senso e urla stucchevoli) del film. Widows non merita la sufficienza: prosegue con un ritmo lento, i personaggi sono piatti, incoerenti, incomprensibili. A salvare l’intrattenimento è una regia competente, che però non basta per salvare le sceneggiatura troppo impacciata.

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