Il vizio della speranza

★★★

Colgo un evidente percorso artistico che congiunge (e mischia) il cinema italiano recente: Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher ha creato un mondo poi ripreso, senza un’intenzione precisa, da Dogman di Matteo Garrone e ora da Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis. I tre film, se visti in quest’ordine, sembrano aver dato vita a un nuovo mondo cinematografico che perdura e si allarga; Il vizio della speranza sembra girato dietro l’angolo dal negozio di Dogman.

L’inserimento del sostantivo negativo “vizio” accostato a un concetto così positivo come la speranza, tuttavia lascia legittimamente supporre che il mondo ormai compiuto che vediamo nel film di De Angelis non sia buono; infatti, quello del Vizio della speranza è un mondo sgarrupato, “Un mondo senza pulito“. Non ci sono esseri umani, le persone che vediamo sono maligne, brutte, proporzionate a una realtà spoglia di ogni artifizio. Guardando il film, ho avuto l’impressione di vedere spazi e non luoghi, di vedere semplice acqua e non un fiume; i personaggi, prostitute, drogati, camminano su pavimenti di spazzatura o percorsi allagati, a causa della pioggia costante che dà voce, attraverso i tuoni, a una natura che si ribella continuamente di ciò che vede.

In questo mondo incantevole (perché è una descrizione eccezionale), De Angelis ambienta il suo film, che potrei definire “Un presepe senza la cometa, perché è finta“, nel senso che il film rifiuta ogni costruzione artificiosa sopra la semplice realtà (i riferimenti religiosi sono numerosi, qui troviamo la ricerca disperata di un luogo sicuro in cui partorire). Ciò è contraddittorio, in quanto Il vizio della speranza è un film fintissimo che contiene numerose scene che puntano all’emotività mentre riescono soltanto a essere di cattivo gusto. Diciamolo: disarmoniche, quasi brutte. Il problema è della scrittura non abbastanza matura da riuscire a trovare il coraggio di azzardare, così si perde nel trovare un equilibrio tra il racconto e la raffinatezza artistica. Alcune scene sono visivamente magnifiche, ma nient’altro: poiché inserite in un film senza una forma, appaiono come innaturali, ma soprattuto illogiche.

La protagonista Maria (ancora riferimenti religiosi indiretti: “Il papà non c’è“, “Allora di chi è la creatura?“), interpretata senza coerenza (a tratti brava, a tratti distante) da Pina Turco, appare come un personaggio mancante di quelle caratteristiche necessarie per lasciare che comunichi davvero qualcosa. De Angelis la segue morbosamente nei suoi movimenti in lunghi piano sequenza che tentano di liberare il film di densità. D’altronde, Il vizio della speranza è un film vuoto, nel bene e nel male. Non ha una vera storia: nonostante il contesto, non denuncia niente, il suo invece è il ritratto di un mondo ben definito; la scelta di omettere ogni presentazione l’ho apprezzata, così come apprezzo la compiutezza del mondo ricreato, tuttavia a mancare è un ordine che strutturi tutto. Non c’è continuità narrativa, anzi le carenze del racconto sono evidenti.

Eppure sostengo Il vizio della speranza, perché nella sconnessione della narrazione e le discrepanze artistiche, alla fine riesce ad appassionare attraverso una strana armonia. Alla fine, proprio quando un’inaspettata carrellata ci mostra i personaggi, si compie il volere iniziale di De Angelis: ovvero quello di offrire un ritratto falsificato di un ambiente, così abilmente spogliato da ogni artifizio da materializzare il patimento umano. Il problema (e il mio dispiacere) è che la scrittura non sia riuscita a esternare completamente il carattere del film: Lazzaro Felice decide di fare un taglio netto, mentre Il vizio della speranza è sempre in bilico.

Tuttavia, è piacevole andare incontro a Il vizio della speranza e non aspettare semplicemente che lui venga da noi. Il ritratto femminile, di donne sfruttate e sfruttatrici, in un mondo in cui i rapporti sono commerci egoisti, riesce a tratteggiare una realtà triste, dove si mangia continuamente perché l’unico istinto umano rimasto è quello di sopravvivere; i ricordi invece sono svaniti, anzi soffocati, anche se “Un ricordo bello, dolce, come la paura quando sai che è passata“. Le musiche di Enzo Avitabile sono bellissime, coraggiose e invasive: non solo accompagnano le scene ma aiutano a comporle. Presto, però, si ha l’impressione che aiutino anche a coprire l’inefficacia narrativa.

De Angelis è ancora un regista acerbo, ma è da seguire, ascoltare e osservare. Probabilmente avrebbe voluto intitolare il film con “La stronzata della speranza“, ebbene penso che quando lo farà, il suo percorso sarà ormai compiuto.

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