Roma di Alfonso Cuarón

★★★★½

Roma di Alfonso Cuarón è un racconto visivo praticamente perfetto. Il regista messicano, qui “tornato alle origini” (come praticamente hanno scritto tutti) nel quartiere in cui è cresciuto (appunto, il quartiere Colonia Roma, in Città del Messico), lavora con una meticolosa chiarezza, proponendo un’opera grandiosa che include e migliora il suo concetto di racconto cinematografico.

La fotografia di Roma dà forma alla storia, la compone; i movimenti della cinepresa prevedono con puntualità gli spostamenti in scena degli attori, senza che questi appaiano come pedine rigide, anzi, talvolta è stato divertente vedere gli attori rincorrere le inquadrature che piroettano su se stesse (in pieno stile del regista), come se queste raccontassero la storia e mostrassero gli ambienti a prescindere dalla presenza dei personaggi (mi viene in mente Sieranevada di Cristi Puiu); le inquadrature sembrano centinaia di fotografie, ognuna curata scrupolosamente (e talvolta maniacalmente) nella composizione; infine la scelta cromatica del bianco e nero che rende Roma più incisivo e senza la quale il film sarebbe apparso probabilmente più piatto.

Il cinema di Cuarón è cinema – perché ammette che è necessario affiancare un racconto visivo a quello contenutistico; il cinema di Cuarón non sottovaluta l’influenza nell’esperienza di una fotografia elegante, così facendo offre allo spettatore (e a se stesso, perché Roma è un film molto personale) alcune scene splendide che, nonostante siano indiscutibilmente calcolate al millimetro, non appaiono pedanti o traboccanti di arroganza; il talento autoriale di Cuarón è lampante, certamente in numerose scene, come quella della rivolta (anche se è troppo evidente l’uso della computer grafica) o quella sulla spiaggia (girata in un magnifico controluce), ma è lampante soprattutto in scene per così dire secondarie, quasi irrilevanti, come quella del parcheggio.

Ad affiancare le immagini, o subito dietro di esse, troviamo una storia che mi ha conquistato per la sua ambiguità. Apparentemente Roma racconta una storia comprensibile, la quale tuttavia nasconde circostanze ed eventi storici importanti che non prevalgono su di essa. Il contesto socio-politico forma il racconto di Roma senza esserne il protagonista e lo fa attraverso dettagli, talvolta impercettibili e talvolta più rilevanti, che mostrano in realtà un quadro preciso della vita nel quartiere residenziale di Colonia Roma. Lo spettatore assiste alle disparità sociali senza rendersene davvero conto, in quanto Roma non approfondisce mai quelle circostanze storiche che invece per i messicani rappresentano una conoscenza radicata. La profondità della narrazione dentro la quale lo spettatore si immergerà dipende esclusivamente da esso, dalla sua sensibilità e attenzione ma anche dalle sue conoscenze storiche.

La recitazione bilingue (il mixteco delle domestiche e lo spagnolo dei padroni) offre un’evidente disparità delle classi sociali protagoniste, tuttavia il film offre diversi spunti per sottolineare queste differenze. La scena dell’incendio, per esempio, in cui vediamo i domestici lavorare per domarlo e i padroni prenderlo come un gioco – o un’esperienza divertente (penso alla visione della borghesia di Bruno Dumont in Ma Loute); oppure la guerriglia, probabilmente basata sulla strage davvero avvenuta soprannominata holconazo; e ancora, il personaggio di Fermín (Jorge Antonio Guerrero) viene addestrato da membri dell’esercito messicano per sopprimere le manifestazioni, come realmente accadeva ai tempi; mentre la scena del terremoto, apparentemente secondaria, nasconde un altro riferimento a un fatto davvero avvenuto: il cosiddetto bebes milagros, ovvero quando furono trovati quattordici neonati che erano sopravvissuti per sette giorni sotto le macerie di un ospedale crollato per colpa di un terremoto.

Cuarón quindi agisce attraverso riferimenti e richiami per realizzare il suo film basato sulla sua esperienza; lo stesso personaggio di Cleo è interpretato dall’esordiente Yalitza Aparicio, scritturata prevalentemente per la sua somiglianza per la domestica che ha cresciuto il regista e che ha ispirato la storia del film. La maestosità della narrazione di Roma è straordinaria – di una complessità profonda e particolare che come pochissimi altri film richiede attenzione e passione da parte dello spettatore. La magnifica apparenza di Roma racchiude un mondo scoprire.

Un ringraziamento speciale all’articolo di Carlotta Deiana “ROMA ARRIVA SU NETFLIX: IL MESSICO DI CUARÓN SPIEGATO AL RESTO DEL MONDO” pubblicato su movieplayer.it grazie al quale ho avuto modo di chiarire e approfondire alcuni aspetti del film.

2 Responses to “Roma di Alfonso Cuarón”

  1. Recap 2018 | uno spettatore qualsiasi

    […] Roma di Alfonso Cuarón – Di questo film potrei scrivere cento articoli e probabilmente sarebbero tutti diversi, questo grazie alla quantità di dettagli e simbolismi che nasconde la narrazione (tipo, nell’articolo ho omesso completamente il discorso della cacca del cane, a parer mio molto importante). Un film bellissimo e monumentale, di quelli che fanno scoppiare la testa. […]

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