Vice – L’uomo nell’ombra

★★★★

Con Vice – L’uomo nell’ombra, lo sceneggiatore e regista Adam McKay manifesta finalmente il suo vero aspetto, quello di un autore cinico, irrequieto, incredibilmente divertente e geniale. Il suo film è una biografia insolita e sregolata del politico Dick Cheney e racconta una serie di retroscena di alcuni tra gli avvenimenti più importanti avvenuti nella storia della politica americana degli ultimi cinquant’anni.

La scelta di McKay è unica e gigantesca: quella di costruire un racconto spericolato, a tratti eccessivo – ma di quell’eccesso che soltanto i grandi autori riescono a domare. In questo treno inarrestabile si intravedono le conseguenze che il capolavoro The wolf of wall street sta provocando nel cinema; c’è l’influenza di Aaron Sorkin e del suo Molly’s Game; si intuisce la stravaganza artistica che Sorrentino avrebbe voluto avere mentre girava Loro.

McKay utilizza fermi immagine, scritte sullo schermo, filmati di repertorio, poi ancora, alterna le scene per creare accostamenti senza sottintesi, riprende scene iniziali a film inoltrato, altera i dialoghi e la finzione filmica, insomma, gioca con la sceneggiatura e lo spettatore, creando così un film non sempre semplice da seguire, certo, ma costantemente espressivo ed energico. In realtà, credo che una sua scelta artistica in parte gli si è ritorta contro: Vice è un film frettoloso, le situazioni cambiano velocemente e radicalmente da una scena a un’altra; la voce fuori campo funziona spesso da rattoppo narrativo, più di molti altri film in cui è presente; ebbene, se questa scelta è stata presa per tenere alta l’attenzione dello spettatore, secondo me a volte fa l’effetto opposto, in quanto non sempre è facile aggiornarsi su ogni cambiamento.

Ma poco importa: Vice è soprattutto un’opera artistica di McKay e seguirlo è lasciarsi incantare da un’esperienza cinematografica eccezionale. Non dimenticherò facilmente alcune scene geniali, come il cameriere (e che cameriere!) che legge il menù, o la scena di Shakespeare, oppure… una scena che mi ha fatto morire dal ridere (the end). McKay è coraggioso e il suo coraggio lo ripaga: Vice è un film stimolante, provocatorio; diverte e fa sentire stupidi, proprio come la società che dipinge: una società incredibilmente stupida e credulona, un gregge ignorante che non riesce a percepire l’accostamento tra potere e politica, nonostante sia così palese e razionale.

Il cinismo di McKay è acuto e brillante, a tratti brusco: bellissime le riprese cambogiane, sono immagini forti e una spiegazione lampante e precisa di cosa sia il potere. “Il mondo è una realtà che dovete affrontare“. È proprio nel ritratto finale che la direzione artistica di McKay assume una logica: caotica, documentaristica, dispersiva, ogni scelta si ricongiunge alle altre e completa il quadro, disilluso e metodico.

A sorprendere di Vice è anche il cast che regge tutto: in primo piano uno straordinario Christian Bale, trasformato e ingrassato per la parte (che poi non somiglia a Cheney, ma va bene così); al suo fianco dei nomi importanti: Amy Adams, Sam Rockwell, Alison Pill, il bravissimo Jesse Plemons e uno degli attori più sottovalutati degli ultimi anni, Steve Carell. Di grandi nomi ce ne sono altri: troverete sparsi per le scene alcuni attori molto famosi che fanno… le comparse.

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