Velvet buzzsaw

★★

Per la felicità di noi abbonati, Netflix continua a fare incetta di opere in esclusiva di autori interessanti: dopo Roma di Alfonso Cuarón Annientamento – Annihilation di Alex Garland, è il turno di Velvet Buzzsaw di Dan Gilroy, sceneggiatore di lungo corso diventato regista nel 2014 con un film bellissimo, angosciante al punto giusto, proprio come piace a me, ovvero Lo sciacallo – Nightcrawler. Questa volta, Gilroy si addentra in generi estranei alla sua filmografia (e si vede, fine dell’articolo), ovvero la commedia satirica e addirittura l’horror sovrannaturale. Questi due generi, se gestiti efficacemente, saprebbero realizzare film interessanti (Quella casa nel bosco, per dirne uno), tuttavia non è questo il caso. Velvet Buzzsaw soffre di confusione.

La descrizione satirica del mondo dell’arte, ovviamente, appiattisce ciascuno dei personaggi, rendendoli dei classici stereotipi: il critico d’arte è snob (un Jake Gyllenhaal incredibile, un trasformista sprecato), la gallerista avida di denaro, la segretaria (una irriconoscibile Natalia Dyer) porta gli occhiali con la montatura spessa, e così via. Però Gilroy non li schernisce, anzi il suo punto di vista li fa apparire formali, ordinari, quindi perdono la loro impronta satirica per diventare soltanto delle caricature. In Velvet Buzzsaw manca ogni tipo di originalità, ovvero quella audacia che richiede il genere per adempiere al proprio scopo di provocatore. Manca la forzatura, la follia. Velvet Buzzsaw critica l’avidità del mercato dell’arte come si è fatto in ogni film che tratta l’argomento, replicando cose già dette e ridette; la battuta del personaggio che osserva un oggetto comune credendo che sia un’opera d’arte moderna la facevano già Aldo, Giovanni e Giacomo nel 2006, per dire.

Velvet Buzzsaw sprofonda nei luoghi comuni, sia dell’argomento che dei generi. Non li deride, ma ne prende il possesso e ne perde il controllo. Il risvolto horror è curioso, anche se presto diventa impersonale, insipido, ma soprattutto dozzinale: le scene in questione sono tutte identiche, piegate a situazioni invariabili e tecniche prevedibili, trasformando a tratti Velvet Buzzsaw in una brutta copia di una capitolo della saga di Final Destination. A tal proposito, penso che il film di Gilroy soffra della mancanza di un vero antagonista, in quanto gli sviluppi restano ambigui e indefiniti. L’antagonista simbolico richiedeva un carattere più determinato.

Velvet Buzzsaw rimane incastrato in un limbo, tra ciò che vorrebbe deridere e come invece appare, tra la satira e l’horror insensato. I discorsi inoltrati dai risvolti e dagli intrecci tra i personaggi svelano una società cinica, ma soprattutto avida e individualista, formata da persone acide, incapaci di capire cosa le possa accontentare – quindi, appaiono sempre irritanti, insoddisfatte; tuttavia, questo quadro è approssimativo e non basta per tenere a galla l’intero film, soprattutto perché Gilroy non riesce (paradossalmente, visto Nightcrawler) a esprimere il disprezzo, la vera malvagità, di questa società.

 

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