Green book

★★★

Confesso di essere disorientato di fronte a film come Green book. Pensavo, e sicuramente speravo, che ormai avessimo superato quella epoca cinematografica in cui vengono sfoggiati due personaggi in conflitto, divisi dalle discriminazioni razziali di una società e di un’epoca intollerante, e vederli poi fare amicizia dopo un’avventura vissuta insieme, tra imprevisti e pericoli. Speravo che il dibattito fosse maturato fino a svilupparsi e quindi allontanarsi da certi meccanismi che ritengo ormai superati. A quanto pare mi sbagliavo.

Il green book (libro verde) del titolo è una guida per “automobilisti negri” in viaggio, sul quale sono appuntati hotel, ristoranti e altri luoghi di interesse che un viaggiatore nero troverà inevitabilmente utile per muoversi in un paese stracolmo di limiti razzisti, pregiudizi e negazioni. A fare uso del green book è Tony Vallelonga (Viggo Mortensen), un mangiaspaghetti che indossa una canottiera bianca, incivile, spavaldo, in poche parole un italiano tipico del cinema americano, il quale, nonostante il suo razzismo, per mancanza di soldi è costretto ad accettare il lavoro di autista di Don Shirley (Mahershala Ali), un pianista “virtuoso”, sofisticato, autorevole, a volte odioso, ma soprattutto un uomo nero che dovrà fare un tour di concerti nel (profondo) sud, una fetta d’America che si contraddistingueva, negli anni in cui è ambientato il film, ovvero agli inizi degli anni sessanta, per una mentalità razzista.

Il road movie di Peter Farrelly è un dramma sdolcinato, prevedibile, nell’ultima parte trovo sia addirittura stucchevole. Ritengo ormai che i film come Green book siano smorfiosi, poiché tentano invano di descrivere il superamento degli stereotipi attraverso la strada sbagliata, ovvero quella tradizionale del cinema popolare americano. Farrelly si accomoda eccessivamente su quei luoghi comuni del genere, sfociando talvolta nella retorica. Sono perplesso, Green book vorrebbe essere un film sull’eguaglianza ma è straripante di luoghi comuni e cliché: Mortensen è l’italiano buontempone che viene deriso e corretto perché non sa pronunciare bene alcuni vocaboli, dice parolacce e mangia come un rozzo, e ovviamente ha contatti con la mafia; Ali è un nero in crisi d’identità, al centro tra il mondo-dei-ricchi-bianchi e quello accessibile ai neri. Tutti vorrebbero correggere e migliorare tutti, quindi qual è l’uguaglianza che cerca Farrelly?

Lo svolgimento di Green book è facilmente immaginabile, dopo un primo incontro in cui i due protagonisti sono diffidenti l’uno verso l’altro il film crea numerose occasioni per farli riavvicinare, tuttavia ciò non succede mai per un autentico miglioramento, ma anzi i personaggi restano egoisti, per questo la positività delle scene finali appare soltanto stucchevole, perché sono messe a disposizione del lieto fine senza avere una credibilità emotiva alla base. Sono una facciata per lo spettatore.

Nonostante la direzione di Farrelly, Green book appare politicamente corretto, un film adulatore e furbacchione che nell’insieme appare approssimativo, inconsistente. Ciò nonostante, a parer mio merita almeno la sufficienza perché tutto sommato la visione sopravvive ai cliché e Green book riesce persino a far sorridere. Il film si mette in salvo grazie alla sceneggiatura e al suo ritmo, una regia sdolcinata ma solida, ma soprattutto grazie alla bravissima coppia Mortensen-Ali.

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