La casa di Jack

★★★½

È difficile guardare La casa di Jack senza tener presente le critiche che si trascina dietro dalla sua presentazione fuori concorso al festival di Cannes, quando provocò reazioni eccessive, “Da chi si è coperto gli occhi durante la proiezione a chi si è lasciato andare a grida di orrore e disgusto e se n’è andato dalla sala” (fonte). Lars von Trier attira le critiche, anzi, forse le provoca intenzionalmente, dando origine, ogni volta, all’ennesimo giochetto con la stampa specializza, la quale ormai l’ha marchiato a vita: “Controverso, misogino e geniale regista con le simpatie naziste“.

Oltrepassando tutto questo, troviamo il film: un serial-killer (Matt Dillon) racconta la sua storia attraverso cinque “incidenti”, ovvero cinque omicidi compiuti come se fossero stati un’opera d’arte. La casa di Jack, però, non è un thriller in cui si dà la caccia al killer, né una biografia: il racconto approfondisce soltanto alcuni aspetti, i quali vengono impiegati come appigli per formulare discorsi e analisi filosofiche. La casa di Jack è un’opera d’autore radicale, nel modo in cui l’arte, secondo me, dovrebbe essere.

Le interpretazioni a cui si concede sono assai, però voglio esaminarne due in particolare, trascurando le altre. Essere al corrente dello stile di Trier ci colloca di fronte al film incontaminato: un ottimo racconto che rinnova la propria forma dinanzi alle scene, in modo da valorizzarle. La camera a mano si alterna alla camera fissa, oppure il tempo viene velocizzato, creando improvvisamente una scena quasi comica, o ancora, compare addirittura una scena animata. Alcune scene sembrano uscite da Fino all’ultimo respiro (1960) di Jean-Luc Godard, montate con tagli che troncano i dialoghi. Trier è un ottimo regista e fedele al suo racconto, prende alla sprovvista lo spettatore, ma lo accontenta, lo diverte.

D’altronde, La casa di Jack è grande cinema anche soltanto per essere un’opera personale così caratteristica, nella quale le situazioni non vengono sempre provocate con logicità, ma esistono unicamente per volontà dell’autore. La casa di Jack non è un film verosimile: il primo “incidente” con Uma Thurman è un divertente cliché del genere thriller (la macchina di una donna ferma su una strada isolata) e lei-personaggio, consapevole di ciò, si prende gioco del contesto con un discorso inopportuno sui serial killer. Anche il secondo “incidente” è una farsa: Jack bussa alla porta di una donna senza avere un piano, solo con un’idea, un istinto. Strascica idiozie, sembra uno stolto. Il cinema solitamente costruisce situazioni simboliche e complesse, mentre Trier spoglia le situazioni finché non rimane lo scopo della scena, priva di ogni metafora: la donna cede alla sua avidità, punto – in una scena privata di ogni costruzione.

I personaggi di La casa di Jack sono soltanto mezzi che compaiono magicamente dal nulla per compiere la loro funzione. Sono personaggi incredibilmente stupidi che assecondano Jack in situazioni del tutto paradossali. Lars von Trier è il creatore-dio del suo film e gioca con le possibilità creative che ha a disposizione per condurre il suo film e arrivare a destinazione. Per questo motivo, non vuole che La casa di Jack sia verosimile, altrimenti la sua autorità suprema da autore sarebbe limitata, schiava della verosimiglianza. Quindi, Jack è un serial killer favorito dalla sorte, sfiorato dalla fortuna divina nonostante la sua sbadataggine: può permettersi delle distrazioni goffe perché ha l’autore che lo aiuta e giustifica; un autore che crea e protegge; può tutto, pur di narrare la sua storia.

Da autore conscio, o nelle vesti di un provocatore intenzionale, Lars von Trier a un certo punto deride lo spettatore e anticipa i rimproveri ai contenuti del suo film: scherza sul fatto che le vittime fossero donne e dei personaggi stupidi e che Jack chiarisca le sue idee con lunghe delucidazioni non richieste; quindi Trier costruisce volutamente i propri sbagli, probabilmente beffandosi del fatto che spesso sia stato definito un autore misogino e indigeribile. Quindi, arrivo alla seconda interpretazione che vorrei dare a La casa di Jack, ovvero quella dell’opera personale di un regista perfettamente consapevole.

Jack è un ingegnere ma vorrebbe essere architetto: dice, per spiegare la differenza nei ruoli, che i secondi scrivono la musica mentre i primi si limitano a leggerla. La funzione di Jack come alter ego di Trier è ovvia soprattutto nei discorsi sulla creazione dell’arte. Jack è un artista incompreso perché applica l’arte nei suoi omicidi. Il suo pensiero è estremo, deriso più volte da Verge (Bruno Ganz; sì, il film è una sorta di rielaborazione della Divina commedia), tuttavia è propria del regista: l’arte deve essere libera da ogni ogni barriera ipocrita. Il cinema di Lars von Trier è personale, e così non se ne vedono molti in giro. L’illogicità di alcune scene, create per essere messe a disposizione del film, esprime un cinema incisivo, grazie alla sua finzione e alla sua natura immaginaria fuori da ogni schema.

La casa di Jack sembra il proiettile full metal jacket utilizzato da Jack nel film: un colpo singolo utilizzato da Trier per abbattere gli ostili al suo modo di essere. Il suo cinema è (anche) questo: cinico, provocatore; vedere un regista inserire il manifesto del suo cinema così palesemente in un suo film trasmette un’incalzante esigenza di esprimersi, sicuramente liberatoria (come fece Isidore Isou)

La casa di Jack è un film che esplora la personalità di un serial killer senza etichettarlo rapidamente (nel senso cinematografico: un cattivo senza spiegazioni), una cosa che raramente si è vista nel cinema (nella serie Mindhunter vediamo la nascita del termine serial killer). Bellissima la scena in cui Jack, un Matt Dillon perfetto, gelido, angosciante, cerca di ricreare allo specchio delle espressioni umane, oppure quella in cui cede al suo disturbo ossessivo compulsivo. È lo stereotipo del serial killer (riservato, furbo, ossessivo, una figura invisibile) ma Trier (paradossalmente, viste le critiche) in realtà svilisce la violenza. A sconvolgere potrebbe essere la realizzazione di alcune scene: brutali, ma soprattutto di una violenza sporca.

A colpire però è il racconto, sorretto da una sceneggiatura complessa che esplora la natura deviata di Jack come farebbe un romanzo, con richiami all’infanzia tramite associazioni di idee; racconti dei suoi stati d’animo basati su conoscenze colte o espressi tramite metafore singolari; diapositive di opere d’arte o video di repertorio che si intervallano ai racconti della filosofia del controverso Lars von Trier.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: