Border – Creature di confine

★★★

Ali Abbasi presenta Tina, la protagonista del film, attraverso circostanze del tutto normali: Tina (una bravissima Eva Melander)  ha un lavoro e ha una casa; tuttavia, la sua fisionomia irregolare e le sue capacità eccezionali la pongono, agli occhi dello spettatore, subito sotto uno specifico punto di vista, il quale provocherà una serie di domande a cui Border – Creature di confine (d’ora in poi eviterò di ripetere il sottotitolo italiano, anche perché contiene, probabilmente, addirittura uno spoiler) darà risposta.

L’ambiguità di Tina costituisce un enorme dubbio del film, perché provoca quello che a parer mio è un buco nella trama, nemmeno troppo minuscolo. Ciò nonostante, immaginiamo che non esista questa pecca, e in effetti nella prima, ottima parte di Border, il ritmo è scorrevole, almeno finché il film non diventa più comprensibile. Tra le caratteristiche che ho apprezzato di più in Border è quella di decifrarsi soltanto con coerenza, rispondendo quindi agli sviluppi della trama; la comprensione diventa perfettamente inserita nel contesto delle scene, per Tina così come per lo spettatore. Niente viene spiegato senza essere giustificato.

Tina è una donna ammalata capace di fiutare i sentimenti delle persone, “Vergogna, colpa, rabbia“; così, lavora come agente della dogana il cui scopo è quello di individuare eventuali traffici illeciti dei passeggeri in arrivo – in sostanza, viene trattata come un cane da fiuto. Ma sia dagli esseri umani sia dai cani, Tina è vista con diffidenza. Abbasi costruisce intorno a Tina un ambiente ostile ben preciso: isolata dalla diseguaglianza, in cerca di una corrispondenza nel mondo, ella vaga nella natura, scalza e nuda, per alimentare un impulso naturale che non riesce a comprendere (pensate alla scena d’apertura: prende l’insetto e lo osserva, finché non lo lascia libero; ora pensate alla scena finale).

Border esplora la ricerca individuale dell’identità in un modo certamente inconsueto, poiché inserisce nel quadro elementi imprevedibili (almeno lo sono per Tina). Il problema è che alla decifrazione si sommano diversi fattori, che inevitabilmente complicano la storia e creano delle contraddizioni. La sceneggiatura non riesce sempre a imbrigliare la complessità della storia. Soprattutto nella seconda parte, Border passa da una scena a un’altra rapidamente, lasciando in sospeso troppi approfondimenti. D’altro canto, del film di Abbasi ho apprezzato il tentativo di trasmettere un mondo concreto, fatto di sensazioni fisiche. La corporeità assume un ruolo indispensabile (in una scena in particolare, sia bellissima che quasi rivoltante), in un film dove l’essere selvaggi assume più significati, quanto più differenti tra loro.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: