Free solo

★★★★½

Free solo inizia con l’inquadratura di un uomo che sta scaldano una parete rocciosa senza l’ausilio di corde: quell’uomo è Alex Honnold, un arrampicatore esperto specializzato nella pratica del free solo, una forma di arrampicata dove l’arrampicatore rinuncia a ogni tipo di protezione. Ma torniamo all’inizio del documentario: vediamo Honnold arrampicarsi a un’altezza impressionante; sentiamo il vento soffiare e gli uccelli cinguettare: sono le voci della natura; in seguito ci accorgiamo dei gemiti di fatica di Honnold: sembra esausto, ma lo osserviamo comunque arrampicarsi con costanza. Solamente dopo aver ascoltato i suoni autentici della scena, inizia una musica: la scena finisce con un’inquadratura dall’alto che mostra quanto sia elevato il punto in cui si trova Honnold.

Non ho capito una cosa“, gli chiede una giornalista subito dopo, “Basta solo il minimo errore, la minima scivolata, e puoi cadere e morire“, Honnold le risponde: “Sì, in realtà vedo che hai capito bene“. Raccontare, e quindi rivelare, uno sport così pericolo in un documentario è una scelta azzardata – lo pensa uno dei due registi del documentario Jimmy Chin (l’altra èElizabeth Chai Vasarhelyi) e lo pensa la National Geographic Society, dato che all’inizio del film decide di inserire un disclaimer. In realtà, il modo in cui si è scelto di trattare l’argomento in Free solo è perspicace, perché al racconto documentaristico, ovvero quello con delucidazioni e spiegazioni di specialisti, si affianca un racconto più emotivo, in cui vediamo dispiegare un ritratto schietto di Alex Honnold.

Lui è vero protagonista del documentario, e non solo perché l’impresa di scalare in free solo El Captain, “Il centro dell’universo dell’arrampicata“, una parete rocciosa di 900 metri che non ammette nessun margine di errore, sia sua. La ragione è da trovare nel fatto che Free solo è un’esposizione della personalità contorta di Honnold. Dal ritratto del film si ricava un tipo malinconico e mai soddisfatto, ossessionato dalla ricerca della perfezione. Evita “Il pozzo senza fondo dell’autocommiserazione“, tant’è che azzarda un’arrampicata con la caviglia slogata. La sua fissazione verso il free solo, uno sport estremo così pericoloso, e il suo modo di vedere il fallimento o addirittura la morte, sono sintomi di un background affettivo insolito che stesso Honnold ammette.

Nonostante la sua bravura, nel suo diario scrive soltanto i fallimenti, il numero di cadute, e mai le gioie. Insomma, Honnold è un “Tipo strano” con un “Lato oscuro“, tant’è che a un certo punto decide di farsi una TAC per scoprire se il suo cervello funzionasse in modo diverso. Durante il questionario di preparazione, alla domanda “Sono depresso?” rimane perplesso. In realtà, lo spettatore ritrova una personalità, sì insolita, ma anche incredibilmente affascinante. Di Alex Honnold ricordo soprattutto l’energia della sua determinazione e il suo essere “Crudelmente sincero“. Honnold, nonostante la pressione che gli suscita la presenza delle telecamere, è capace di esporsi al documentario senza giri di parole: racconta quanto gli piaccia arrampicarsi senza protezioni e come invece viva la vita dietro muri e difese emotive che lo proteggono dagli altri.

Proprio il raccontarsi di Honnold provocherà un coinvolgimento emotivo che spingerà lo spettatore a vedere Free solo con una certa agitazione. Free solo decide di non mostrare le cadute che infortuneranno Honnold, questa è una scelta che evidenzia il tono che hanno voluto dare al documentario; tuttavia, riesce a rendere nervoso lo spettatore attraverso altre inquadrature, come i dettagli degli appigli minuscoli su cui Honnold si poggia durante le scalate, o quella pazzesca in cui lo vediamo arrampicarsi tra due pareti rocciose che non hanno appigli, quindi scala soltanto con la pressione sugli arti. Alcune riprese sono da capogiro.

Free solo è un documentario che emoziona e agita lo spettatore, oltre ciò lo rinforza e lo esalta. Il montaggio esemplare intreccia perfettamente dialoghi (spesso rubate di sfuggita a letto o in intimità) e interviste, tenendo il ritmo sempre intenso, tuttavia della visione ricorderò soprattutto il carattere determinato di Alex Honnold. Un documentario da rivedere nei momenti scoraggianti.

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