Ted Bundy – Fascino criminale

★★

Ted Bundy – Fascino criminale, come numerosi film tratti da una storia vera usciti negli ultimi anni, decide di centralizzare il racconto su un aspetto specifico della storia narrata, rifiutando di conseguenza un racconto biografico più completo (Copia originale non si concentra sulle truffe, ma sulla persona dietro la truffatrice; First Man non è un racconto dello sbarco sulla Luna, ma dell’uomo dietro l’astronauta sbarcato). Quello di Joe Berlinger è un film sul noto serial-killer statunitense Ted Bundy, tuttavia il racconto è atipico: non è un racconto sulla sua vita, piuttosto un resoconto che gioca sugli equivoci.

L’idea è intrigante: come il primo Loro di Paolo Sorrentino, Berlinger ha tra le mani un personaggio interessante, ovvero il serial-killer, ma il suo film si concentra sull’uomo dietro di esso e su chi lo circonda. A questo punto, però, subentra il problema principale del film, ovvero la struttura narrativa che lo sceneggiatore Micheal Werwie sceglie. Ted Bundy – Fascino criminale è tratto da una storia vera, quindi si suppone che lo spettatore conosca, anche soltanto vagamente, le vicende raccontate, ma ignoriamo per un attimo questo aspetto: ebbene, il film non solo mostra all’inizio la conclusione di tutti gli avvenimenti che racconterà, ma non si preoccupa per niente di costruire quell’ambiguità, quella tensione emotiva, che la trama vorrebbe. Ted Bundy – Fascino criminale è un film costruito sul sospetto della colpevolezza di Bundy, nonostante chiunque lo guardi sappia che Bundy è colpevole.

E l’idea – ripeto – appare interessante, tuttavia la realizzazione è scadente: Ted Bundy – Fascino criminale è un film mediocre in ogni elemento che lo compone. A partire dalla sceneggiatura di Werwie che appiattisce ogni personaggio e situazione. Non mi riferisco soltanto ai dialoghi tremendi e troppo precisi (peggiorati sicuramente dal doppiaggio: “Ho bisogno di un drink“, “Ne hai già bevuto uno” risponde in tono assente, “Da quando è un crimine alleviare la tensione bevendo qualche drink?“; ho segnato altri esempi che vi risparmio), né alla struttura difettosa già citata, quanto nella confusione delle situazioni raccontate che fanno sembrare il film come una ricostruzione impaziente, priva di qualsiasi dettaglio, ma costruita attraverso date inutilizzabili e fatti vaghi. L’insufficienza di Ted Bundy – Fascino criminale giunge persino al montaggio, colpevole di errori elementari, e nemmeno il cast, composto da nomi conosciuti, riesce a salvare il film, forse perché appaiono tutti demotivati (compreso il protagonista Zac Efron, che ha mostrato il suo talento in altri film).

 

 

Nella seconda parte diventa finalmente comprensibile lo scopo del film di Berlinger: l’ormai consuetudinaria critica verso quei processi pronunciati dall’opinione pubblica e il modo in cui il potere giudiziario viene gestito e percepito, trasformando di conseguenza alcuni processi in una farsa. E vi dirò: sono risvolti rispettabili, e persino la scrittura di Werwie riesce, almeno in alcuni punti, a non rovinare tutto – almeno finché non si compie un considerevole colpo di scena, che ovviamente viene completamente sciupato dalla scrittura. L’importanza mediatica della storia raccontata si vede anche nel titolo italiano, che oltre a citare il nome del serial-killer, sottolinea come il crimine possa risultare affascinante; tuttavia, i titolisti italiani hanno ignorato l’importanza del titolo originale, Extremely wicked, shockingly evil and vile, che è una citazione del giudice del processo: “Gli omicidi commessi sono stati davvero atroci e crudeli, con indubbie modalità (inizia il titolo) estremamente perverse, spaventosamente malvagie e vili“.

Un ultimo appunto va fatto a quello che ritengo essere decisamente un plagio. C’è un’opera che negli ultimi anni ha tentato di delineare un profilo psicologico dei serial-killer, anzi addirittura mostrando come questo termine sia nato: Mindhunter – una serie TV meravigliosa che potete trovare su Netflix. Senza fare spoiler, in entrambe le opere c’è la stessa, identica, scena, in cui i personaggi percorrono un corridoio scossi da un evento: stessa angolazione dell’inquadratura, stessi movimenti degli attori, stesso finale. Peccato che una delle due scene sia diretta da David Fincher, un regista che sa come costruire un thriller, a differenza di Joe Berlinger.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: