Il traditore

★★★

Il traditore, il nuovo film di Marco Bellocchio presentato al Festival di Cannes 2019, racconta la vera storia del pentito mafioso Tommaso Buscetta. La sua testimonianza, raccolta dal giudice Giovanni Falcone, fu importante per la costruzione delle accuse contro centinaia di affiliati, tra cui Totò Riina e Pippo Calò.

Nonostante l’argomento, Il traditore si discosta dal genere dei gangster movie e predilige uno stile meno stilistico e più descrittivo. Mi viene in mente Il delitto Matteotti di Florestano Vancini che ho visto di recente, perché Bellocchio è fin troppo meticoloso nella ricostruzione degli eventi. Così tanto, che a volte Il traditore appare una ricostruzione didascalica. Eppure, il suo obiettivo è un altro, ovvero la personalità di quel traditore che dà il titolo al film.

Il traditore del titolo è un bravissimo Pierfrancesco Favino, che con la sua interpretazione regge l’intero film. Buscetta è un affiliato a Cosa Nostra che vuole godersi la vita e non è interessato al potere. È un anti-gangster, perché non ha aspirazioni di potere come capita di vedere in queste storie al cinema (al contrario di Scamarcio in Lo spietato). L’intento di Bellocchio è quello di esplorare i tormenti e i pensieri dell’uomo, ma non sempre ci riesce.

“Io sono sconfitto, io sono carcerato come te, io ho perso tutto, ho perso la mia famiglia, ho perso gli amici, ho perso la mia libertà, tutto ho perso.”

Buscetta non si considera un pentito perché secondo lui non ha tradito i veri ideali di Cosa Nostra, come invece pensa abbiano fatto quelle persone che è pronto ad accusare. L’uomo d’onore di Bellocchio però ha poco margine in cui esprimersi, poiché si smarrisce nel volume dei fatti raccontati, che nella seconda parte del film diventano una ricostruzione confusionaria. Il racconto del protagonista si concentra su un singolo elemento (i suoi figli), per il resto è lacunoso o frettoloso, poiché nonostante il film duri comunque 148 minuti, Bellocchio ha preferito la quantità di fatti al loro approfondimento.

La scena più importante del film è quella del primo processo mostrato, su cui Il traditore si sofferma molto. Bellocchio in questa scena sottolinea il carattere disordinato del film, poiché è magnificamente diretta come una sorta di buffonata, in contrato con lo stile artistico del resto del film. Il Presidente del tribunale è costretto ad ascoltare e assecondare le richieste assurde degli imputati, i quali assumono atteggiamenti infantili. La recitazione di alcuni personaggi è esagerata, sembra uno spettacolo teatrale.

Ci sono altre scene interessanti, come quella (brevissima) in cui Buscetta è in auto e riesce a leggere le scritte lasciate sui muri dei palazzi che lo accusano di essere un infame; oppure, quella bellissima che lo vede entrare in aula: i mafiosi accusati sono irritati nel vederlo. In questa scena, Bellocchio inserisce una delle associazioni che il protagonista fa in alcuni momenti: vede le sbarre e ripensa a quando visitò lo zoo. Queste associazioni sono le idee più interessanti di Il traditore, peccato siano poche, un miraggio dello stile onirico di Bellocchio.

Nel Traditore, la giustizia è esasperata, lo Stato è assente, la politica è in mutande (grazie a una scena in particolare), i carabinieri sono dei camerieri. Eppure del film di Bellocchio confonde proprio questa contraddizione su cosa sia davvero il tema. Alla fine, la ricostruzione scrupolosa sopraffa tutto il resto, e spegne gran parte del racconto personale del protagonista, poiché costretto a rincorrere i tempi che si affrettano per includere tutti i fatti. Il traditore resta un eccellente resoconto dei fatti – una definizione tanto rispettosa quanto offensiva per un film.

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