When they see us

★★★★½

When they see us è una miniserie ideata e diretta da Ava DuVernay per la piattaforma Netflix. Composta da quattro episodi, o quattro parti, la miniserie racconta la vera storia nota come il Caso della jogger di Central Park, in cui nel 1989 una donna fu “Trascinata, picchiata e stuprata” mentre faceva jogging. Quella stessa notte, i poliziotti fecero una retata e arrestarono per schiamazzi circa una trentina di ragazzi poco lontano dal luogo dell’aggressione.

Contro ogni senso di giustizia o semplice buon senso, i detective incaricati del caso fecero pressioni su cinque ragazzini per spingerli ad ammettere di aver commesso l’aggressione e lo stupro. La donna aggredita, bianca, meritava giustizia, quindi i ragazzini, neri, minorenni, senza che fossero assistiti dai genitori o da avvocati, diventarono presto un facile capro espiatorio.

Il cinema per fortuna si è sempre impegnato per documentare e denunciare quelle storie vere che riguardano delle ingiustizie sociali. Mi viene in mentre il recente Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, un vero e proprio film-denuncia sul caso di Stefano Cucchi. Oppure la bellissima miniserie The night of, che When they see us la ricorda in alcune occasioni.

When they see us si impegna a raccontare il deplorevole fatto di cronaca giudiziaria partendo dalla scelta ben precisa di suddividere la storia in una miniserie di quattro episodi. Non un film, dove la storia sarebbe stata troppo ristretta – non una serie da dieci episodi, dove forse alcune situazioni avrebbero giovato di un approfondimento, ma si sarebbe sicuramente persa l’incisività.

Così, invece, When they see us si dedica ad aspetti pertinenti alla storia che vuole raccontare, senza perdere il filo. DuVernay non inquadra nemmeno la scena del crimine, come invece farebbe una serie crime, inquadra invece i detective che si incaricano del caso. L’intento di When they see us è quello di umanizzare i ragazzi accusati ingiustamente, raccontare la loro storia e mostrare le conseguenze degli errori giudiziari e dei pregiudizi razziali che hanno subito.

Per questo motivo, all’inizio vediamo i protagonisti in situazioni ordinarie: chi fa colazione, chi passa il tempo con la propria ragazza, ecc.. When they see us ci ripropone queste scene più avanti, soprattutto nel quarto e ultimo episodio, per rammentare allo spettatore che quello che vediamo è un essere umano – che è quello stesso essere umano delle scene spensierate del primo episodio.

La capacità di DuVernay è quella di riuscire a impiegare l’aspetto emotivo della storia per coinvolgere lo spettatore. Non se ne serve nel modo sbagliato (a parte forse qualche scelta inopportuna nel terzo episodio) ma lascia che l’emotività condizioni il racconto. Non c’è niente di male: d’altronde, When they see us racconta di un’ingiustizia, ma si concentra sulle persone che l’hanno subita.

Quindi, When they see us procede ricostruendo fedelmente i fatti, ma nello stesso momento comunica emozioni potentissime: il quarto episodio è faticoso da elaborare per colpa della prepotenza subita dai personaggi nelle situazioni che vediamo (molto vicine a quelle raccontate in Sulla mia pelle). Ma in questo stesso episodio, c’è una scena straordinaria, dove vediamo l’immaginazione prendere vita grazie al cinema.

DuVernay è una regista eccezionale: predilige obiettivi grandangolari nelle scene esterne, che inquadrano il quartiere di Harlem tanto amato dai protagonisti e sfoca gli angoli dello schermo. Sulla scelta del tipo di inquadratura è eclettica: passa dalla camera a mano a inquadrature fisse. Gli interrogatori sono asfissianti: utilizza obiettivi con una grandezza focale lunga, quindi i ragazzi sono messi a fuoco in sgabuzzini sfuocati. Nelle prime scene del primo episodio, sono meravigliosi i movimenti di macchina che passano da un personaggio a un altro con naturalezza. Più la storia avanza, più diventa assurda, più le inquadrature assumono composizione contorte, con spazi vuoti eccessivi e soggetti decentrati.

Il merito del coinvolgimento è merito anche della fotografia, che predilige colori naturali, anche se predominano il blu e l’arancione. Ma c’è una fondamentale scelta artistica riguardo le luci, poiché emanano un bagliore voluminoso. A volte, le luci annullano i contorni dei personaggi e diminuiscono il contrasto: li vediamo perfettamente, ma il bagliore della luce li ricopre con un velo luminoso. Il montaggio è spesso martellante (vedi le scene degli interrogatori) e le musiche praticamente sono costanti, poiché aiutano l’intensità drammatica.

When they see us è una miniserie splendida. Il suo pregio più importante è quello di riuscire a coinvolgere lo spettatore mostrando le conseguenze delle ingiustizie che hanno subito i protagonisti – tra l’altro, tutti interpretati da attori bravi, ma l’interpretazione di Jharrel Jerome (che interpreta Korey Wise e già presente di Moonlight) mi è rimasta impressa. Il suo sguardo spaesato, la sua voce spezzata, un attore eccezionale. Forse avrei preferito che DuVernay mostrasse di più le conseguenze nella comunità per i diritti civili degli afroamericani, ma capisco la sua scelta di concentrarsi sui protagonisti e le conseguenze che hanno dovuto subire per colpa delle discriminazioni razziste.

Seguono degli approfondimenti sui singoli episodi. ATTENZIONE, contengono spoiler.

Episodio 1

When they see us scommette molto sul coinvolgimento dello spettatore attraverso la componente emotiva della storia. Alla fine dell’episodio rivediamo le scene iniziali: ci ricordano, quindi, l’identità dei protagonisti e il loro essere dei semplici ragazzi. L’efficacia della sceneggiatura fa in modo di sottolineare la trasformazione nel modo in cui vengono percepiti: da quando vengono descritti come semplici ragazzi tra i 13 e i 14 anni (dal poliziotto che li tiene in custodia mentre dormono), diventano “Animali” quando la detective incaricata del caso (Felicity Huffman) inizia a calcolare un piano per incastrarli.

“Ogni giovane ragazzo nero che era nel parco ieri sera è sospettato di aver stuprato quella donna”

Quindi i poliziotti, ignorando l’evidenza delle prove, ogni diritto e buon senso, li accusano definitivamente: “Questi non sono bambini: hanno strupato quella donna“. DuVernay non si impunta sulla componente razziale, almeno non apertamente. Ci sono poche battute che sottolineano l’etnia dei ragazzi, tuttavia il suo talento è quello di rendere i pregiudizi razziali perfettamente riconoscili senza evidenziarli ripetutamente. Tutti i ragazzi accusati sono neri, mentre tutti i poliziotti sono bianchi – a parte uno, che assiste intimorito mentre i suoi colleghi ignorano i fatti e creano le accuse.

Le scene dell’episodio che ho preferito sono due. La prima è quella in cui Korey viene pestato dai poliziotti mentre l’avvocato dell’accusa (Vera Farmiga) legge i suoi diritti durante la confessione. Il montaggio alterna le due scene e sovrappone la lettura dei diritti alle immagini del pestaggio, creando così una scena paradossale. Ma forse la scena migliore è quando tutti i ragazzi si ritrovano nella stessa stanza e sanno finalmente a chi appartengono quei nomi che sono stati costretti ad accusare. Si ripetono: “Ho mentito su di te“, si chiedono scusa per averlo fatto. Una scena che spezza il cuore.

Episodio 2

Sono passati sei mesi dall’arresto. Non sapevo che arco di tempo volesse coprire il racconto di When they see us, quindi sono rimasto sorpreso. Il tempo trascorso ha distorto completamente i fatti, i giornalisti hanno creato contesti dal nulla che giustificano l’arresto dei ragazzini e il processo che li vede imputati. Sono sbucate testimonianze dei vicini e “brancheggiare“, il termine che utilizzavano i ragazzi nel primo episodio, è diventato un termine per indicare le aggressioni di gruppo. Il vantaggio dello spettatore è quello di sapere sin dall’inizio cosa sia successo, quindi scoprire quanto i fatti siano stati alterati colpisce e sconvolge.

DuVernay decide di ricordare ancora il contesto da cui tutto è partito: mostra il quartiere di Harlem con delle magnifiche riprese grandangolari che permettono di inquadrare meglio l’ambiente, ma le forme delle cose sono distorte. Il secondo episodio sottolinea il gioco delle opposizioni: vengono presentati gli avvocati dei ragazzi, descritti negativamente dal poliziotto ma visti come eroi dalla regia, che gli elogia la professionalità, la postura, e ne mostra la gentilezza. È curioso scoprire il contrasto al bene, poiché si tratta di Donald Trump.

Ai tempi dei fatti, Trump spese 85.000 dollari per acquistare delle pagine sui giornali di New York per rivendicare il ritorno della pena di morte nello stato (andate qui per un approfondimento). In When they see us, viene definito “Quel diavolo” bigotto, e di certo non è casuale la battuta: “Non preoccuparti, la sua notorietà sta per finire“. In questo caso, il dissenso contro Trump è più affilato di quello che sembra, poiché viene evidenziato il suo atteggiamento stolto lasciando che i fatti emettano una sentenza.

Nessuna delle scelte di DuVernay è casuale: nel secondo episodio fa in modo che l’accusa strumentalizzi la vittima dello stupro. Ne mostra l’andatura lenta mentre entra in tribunale. La sua testimonianza è inutile, poiché non ricorda niente, ma la sua presenza è necessaria per sottolineare alla giuria il male che hanno fatto i ragazzi. Il processo sembra quasi una buffonata, poiché basato contro ogni logica e ignorando ogni incongruenza. L’assurdità di tutto viene raccolta in una frase: nelle mutande di un sospettato hanno trovato “I peli che sembravano quelli della vittima“. Dei peli che sembrano.

Infine, il secondo episodio inizia a mostrare la vera forza dell’intera miniserie, ovvero le conseguenze irreparabili della faccenda. I rapporti personali cambiano per colpa del processo, i genitori litigano (sotto la musica drammatica), si creano fratture nelle relazioni. Ritroviamo i ragazzi, e scopriamo che tra loro non portano il minimo rancore. La loro figura distinta rende gli accusatori ancora più meschini. La scena più bella è sicuramente la lettura della sentenza: il montaggio incede e DuVernay rompe la quarta parte. I ragazzi guardano in camera in dei primissimi piani intensi. Finché non vediamo Kevin (Asante Blackk) che suona la tromba in libertà, in strada, mentre al polso ha un paio di manette. Un’immagine che vale mille parole.

Episodio 3

Il terzo episodio è il più debole dell’intera miniserie. L’intento di mostrare le conseguenze della faccenda si intensifica e non sempre riesce a sottrarsi dall’apparire come un dramma retorico. Nella prima parte, si riprende il discorso sulle conseguenze familiari: il racconto di When they see us si sviluppa e si allarga, quindi vengono approfonditi i contesti familiari dei ragazzi. Raymond Santana Sr. (John Leguizamo), padre di Raymond, non può pagare le bollette perché dà i soldi al figlio in carcere. Quando sente il figlio al telefono, gli chiede: “Cos’hai mangiato oggi?“. Ritroviamo la premura di un padre, la dolcezza del suo amore che non fa mancare niente al figlio.

Sharone (Aunjanue Ellis), la mamma di Yusef, cerca di conservare la propria dignità, mentre sempre più conseguenze negative investono il racconto: lavori persi, soldi finiti, malattie per stress. Eppure, proprio Sharone sembra tenere molto alla dignità: quando Yusef esce di prigione, gli prepara una festa di bentornato con tanto di striscione e musica. Ma tutto appare formale, distaccato: le loro vite sono ormai completamente cambiate.

Quando i ragazzi escono di prigione, è interessante notare che When they see us non ci ha mostrato quanto tempo sia passato, ma anzi ha usato un sistema più efficace: vediamo il tempo trascorso sui ragazzi, che ora sono diventati uomini. Il fatto che tornino nelle loro case e si sentano estranei, sottolinea quel tempo perso in carcere che nessuno gli ridarà mai indietro. I personaggi si distinguono ancora per la loro figura dignitosa mentre affrontano con pazienza le regole restrittive a cui devono sottostare per essere schedati come dei criminali sessuali e i pregiudizi del quartiere o dei familiari.

In questo episodio, si percepisce la mancanza di tempo che gli sceneggiatori avevano a disposizione per mostrare approfonditamente tutte le situazioni. Nonostante abbia apprezzato vedere le conseguenze del tempo scorrere, ogni scena mostrata accentua il dramma delle situazioni avverse, quindi forse un po’ di respiro avrebbe giovato al ritmo. Tuttavia, When they see us è emozionante, è chiara la scelta di basare il racconto per far leva sulle emozioni della storia.

Episodio 4

Nell’ultimo episodio, finalmente apprendiamo cosa ne è stato di Korey. Il terzo episodio scatena la curiosità dello spettatore con più metodi. Prima di tutto, sottolineando la sua assenza, poi, ribadendo che Korey, ovvero il ragazzo più sfortunato del gruppo, è stato coinvolto in questa storia soltanto per aver scelto di accompagnare il suo amico Yusef.

Jharrel Jerome è bravissimo a mostrare l’ingenuità di Korey. Lo spettatore ha seguito il personaggio durante tutto il suo paradossale percorso, quindi sentirlo dire: “Non possono farmi questo“, mentre ha il viso insanguinato, mentre piange terrorizzato e con la voce spezzata chiede aiuto (in lingua originale), riproduce un’immagine forte e toccante.

L’episodio rincara la dose, senza esagerare (come il terzo episodio): Korey subisce ingiustizie sociali (da parte del secondino: “Fammi sapere se puoi fare qualcosa per me“), pestaggi da neonazisti, quindi si limita a “Sopravvivere”. DuVernay ci mostra la sua cella d’isolamento vista dall’alto: Korey è completamente solo, rannicchiato, la cella è minuscola e squallida. Proprio l’inquadratura dall’alto la mostra interamente, una scelta brillante.

Il quarto episodio è il migliore della miniserie, almeno per me. Ognuno degli episodio ha, non solo un proprio obiettivo (prima si mostrano gli avvenimenti, poi il processo, infine le conseguenze), ma anche degli accenni di espressione artistica fuori dagli schemi (When they see us non si limita a ricostruire, ma DuVernay racconta e mette in scena una serie di soluzioni artistiche imprevedibili). Nel quarto episodio, la direzione artistica di DuVernay si spinge oltre.

“L’unico motivo per il quale sei stato coinvolgo in questa storia è perché hai deciso di andare alla stazione con lui”.

In isolamento, Korey sente ripetersi quei dialoghi dei primi episodi che inscenano gli errori commessi che lo hanno portato in quella cella. Non sappiamo quanto tempo sia passato e quanto ne sta passando ancora. Vediamo i capelli dell’attore crescere, mentre aumenta il suo esaurimento: si ripetono ancora i dialoghi del primo episodio. Nonostante gli errori continuino a pesare, tuttavia vediamo che l’atteggiamento del personaggio è sempre moderato. Di fatto, la vicenda che lo fa crollare è venire a conoscenza della morte della sorella, quindi un avvenimento esterno a quella situazione. La forza di volontà e la speranza di Korey sono incredibili.

Per DuVernay sono molto importanti i luoghi: vediamo Korey piccolo attraverso la prospettiva del lungo corridoio, oppure vediamo l’ostacolo del separatore che divide Korey dalla mamma (Niecy Nash) durante le visite. Quest’ultima, si perde nella retorica religiosa e non comprende che il figlio vorrebbe soltanto che lei andasse più spesso a trovarlo. Perché Korey ormai pensa che: “A nessuno frega un cazzo di me“. L’unico contatto umano che ottiene è un abbraccio dal secondino.

Nella parte finale, abbiamo probabilmente la scena più bella dell’intera miniserie: sia per l’idea, sia per cosa rappresenta rispetto a tutti i fatti raccontati finora. Korey ricorda ancora una volta dove tutto è iniziato, ovvero quando ha scelto di andare con gli amici al parco. DuVernay ci mostra l’altra possibilità: cosa sarebbe successo se Korey fosse rimasto con la fidanzatina. Rigira la scena daccapo e questa si espande in un’altra realtà. Vediamo Korey a Coney Island (o Korey Island?), dove può fare tutti quei comportamenti vietati in carcere: si scontra, colpisce, mangia, stringe, e infine il gesto che più rappresenta la libertà, vola.

A questo punto, a circa venti minuti dalla fine dell’episodio, controllavo la durata perché non volevo che When they see us finisse senza giustizia. Alla fine, arriva la confessione del vero colpevole dell’aggressione e lo stupro per il quale sono stati condannati i cinque ragazzi. DuVernay non sfrutta con cattiveria la rivalsa, probabilmente per diffondere l’idea che le persone perfide (i detective che incastrarono i ragazzi) non pagano sempre per le loro colpe.

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