American animals

★★★★

American animals è un heist movie, ovvero un film in cui un gruppo di soci organizzano e poi mettono in atto una rapina. Questo sottogenere del thriller ultimamente mi ha deluso: mi ritorna in mente Widows – Eredità criminale di Steve McQueen. L’insidia di girare un heist movie è scadere nella ripetitività e nelle banalità del genere (come, secondo me, è incappato La truffa dei Logan).

American animals di Bart Layton, invece sin da subito dichiara la sua autoironia: quel “Questo film non è tratto da una storia vera” della schermata iniziale, in cui il “non” viene cancellato, manifesta un chiaro intento. Infatti, American animals prende in giro gli heist movie, ma senza scadere nella parodia. Per farlo, prima decide una storia (vera) quasi impacciata, e poi la racconta utilizzando soluzioni registiche geniali.

Al racconto tradizionale si alternano varie interviste finte ad attori che vengono presentati come i componenti reali della banda. Un po’ come ha fatto Craig Gillespie in Tonya, con la differenza che qui le finte interviste non sono inscenate dagli attori che interpretano i personaggi, ma da altri attori. Un’idea suggestiva, soprattutto perché Layton si serve delle interviste per alterare il racconto classico e manipolare la storia.

Per esempio, i protagonisti intervistati espongono dei fatti che si contraddicono tra loro, quindi Layton muta il racconto. Mostra le scene che raccontano le due varianti e le sovrappone, oppure adopera il rewind per mandare indietro il tempo e correggere gli avvenimenti. Layton non è fissato nel testimoniare i fatti con accuratezza, il suo scopo piuttosto è rendere il racconto efficiente e insolito. E ci riesce.

American animals ha una personalità inconsueta per il genere, poiché a un racconto avvincente (la tensione è tangibile in più scene) affianca un percorso di umanizzazione dei personaggi. I due protagonisti da cui tutto comincia, Warren (Evan Peters) e Barry (l’inquietante e bravissimo Barry Koeghan), sono ragazzi comuni che cercano di reagire al grigiore delle loro vite. Vivono a Lexington, conosciuto come il “14esimo miglior posto negli USA per affari e lavoro“, un luogo mediocre e insipido.

“”Hai mai l’impressione di stare ad aspettare che avvenga qualcosa, tipo qualcosa che possa cambiarti la vita?”

American animals umanizza i criminali e gli dà dei sentimenti, che si rivelano per l’intero film grazie alle interviste e scoppiano nell’ultima parte. Nello stesso tempo, li caratterizza con goffaggine: cercano su internet “Come pianificare una rapina“, oppure guardano un film di rapine per capire come comportarsi (e Layton trasforma una scena in bianco e nero).

Nonostante tutto, American animals non ridicolizza mai i suoi personaggi (come invece tenta di fare il trailer), anzi, li differenzia dai soliti cliché rendendoli dei giovani asociali che con ingenuità giocano a interpretare una parte, influenzati da alcuni film popolari (e Layton inserisce diverse citazioni). Mi ha ricordato Dark Night di Tim Sutton, perché entrambi i film provocano riflessioni sulla violenza e cosa persuade i giovani a commetterla.

American animals è intelligente, ma il suo valore dominante è nella regia di Bart Layton: conosciuto principalmente come documentarista, riesce a costruire un racconto eccitante, a tratti frenetico, a tratti più razionale. Ho apprezzato la sua ironia (la scena della simulazione girata come un film d’azione) e la sua capacità di moderare le inquadrature (poche ed efficaci). Trasforma continuamente il racconto, rompe la quarta parete, sconvolge le sicurezze dello spettatore, tutto ciò rende American animals un film magnifico.

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