Beautiful boy

★★★

Beautiful boy di Felix Van Groeningen è un film biografico tratto da una storia vera. Racconta la storia di un padre che affronta i problemi di tossicodipendenza del figlio. Beautiful boy è tratto da ben due libri: uno scritto dal padre giornalista e l’altro dal figlio scrittore.

Probabilmente è sbagliato incentrare la trama sul padre: anche se vediamo lui nella primissima scena, dove, in primo piano, annuncia che “Si tratta di mio figlio“, l’intensità del racconto di Beautiful boy lavora alternando continuamente i due punti di vista.

Beautiful boy è la storia del loro rapporto, basato sull’importanza del dialogo e le aspettative che schiacciano i figli, ma anche una testimonianza sull’attuabilità di aiutare le persone amate e le ripercussioni provocate dalle decisioni del singolo sul nucleo familiare.

Il racconto di Groeningen

Beautiful boy è senz’altro un film particolare, poiché al centro di ogni scena c’è il problema di tossicodipendenza del figlio. Groeningen, quindi, analizza poco i personaggi fuori da questo argomento. Addirittura, non presenta diversi personaggi che compaiono nella storia, come la ragazza del figlio: compare in una scena, accompagnata dalla musica, e poi esce dal racconto.

Questo perché a Groeningen non interessano gli altri personaggi, e non solo: anche dei due protagonisti gli interessano soltanto quegli aspetti pertinenti all’argomento del film. È una decisione coraggiosa che ho apprezzato, almeno fino a un certo punto. Ma di questo parlerò tra poco.

Un altro aspetto che ho gradito di Beautiful boy è il modo in cui Groeningen utilizza l’elemento del tempo. In Beautiful boy, anche il tempo opera per assistere l’argomento centrale, quindi avanza per mostrare le vicende rilevanti. Delle vite dei personaggi non vediamo altro se non le situazioni fondamentali per il racconto. Quando non sono presenti nella scena, Groeningen trasforma l’assenza dei personaggi in un pensiero ingombrante.

Il tempo di Beautiful boy si combina: il passato si confonde con il presente. Il motivo è semplice, ce lo dice sia il titolo che il padre nella primissima scena: quello che viene marchiato come tossicodipendente è il suo ragazzo. Quindi, il padre ricorda quando suo figlio era piccolo, per cercare il momento in cui ha smesso di essere innocente (e lo trova).

Bello, ma

Ho davvero gradito alcuni aspetti del racconto di Beautiful boy, come il silenzio di alcune scene (splendida la scena del coro) in opposizione alla musica altissima di altre. Oppure, il fatto che alcune scene somiglino a videoclip musicali e mostrano il tempo che avanza (sotto la musica di Svefn-G-Englar dei Sigur Rós). O ancora, i personaggi e il racconto che sussistono soltanto per l’argomento.

Il problema è che nell’ultima parte Beautiful boy sprofonda nella ripetitività delle situazioni e, peggio, diventa banale. La scelta di non approfondire alcuni aspetti dei personaggi è una scelta coraggiosa, ma anche un’arma a doppio taglio che espone il racconto a diversi pericoli.

Il motivo della tossicodipendenza del figlio è la depressione (lo si intuisce chiaramente anche dal trailer), però a un certo punto di Beautiful boy si sente la mancanza di un’analisi più approfondita delle motivazioni – analisi che non arriva mai. L’ho detto: Groeningen rimane in superficie, quindi il racconto alla fine diventa formale.

Conclusioni

Comprendo i motivi che potrebbero spingere ad alcuni a bocciare Beautiful boy, poiché riesco a distinguere le debolezze del film. Tuttavia, del film colgo anche l’intensità della storia, l’intelligenza con cui tratta la depressione e apprezzo il racconto originale di Groeningen.

Infine, parte dell’efficacia di Beautiful boy è dovuta all’interpretazione dei due bravissimi attori protagonisti: Timothée Chalamet interpreta Nic, il figlio. Il giovane attore ha dimostrato il suo talento già in Chiamami col tuo nome. David, il padre, è interpretato da Steve Carell (Vice – L’uomo nell’ombra). E spero che questa volta riesca finalmente a convincere il pubblico della sua bravura.

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