Rapina a Stoccolma

★★

Rapina a Stoccolma di Robert Budreau è “Basato su una storia assurda ma vera“, come dice l’intestazione. Quella raccontata è la rapina alla Kreditbank di Stoccolma, avvenuta nel 1973. Le vicende hanno dato origine alla definizione Sindrome di Stoccolma, che provoca “sentimenti positivi degli ostaggi verso i loro sequestratori” (fonte).

Sin da subito è evidente l’inclinazione quasi grottesca del film di Budreau: il rapinatore (Ethan Hawke) inizia la rapina entro cinque minuti dall’inizio del film, ma dopo aver estratto l’arma e bloccato gli ostaggi, appare perplesso su cosa fare. Così, accende la radio per ascoltare Bob Dylan, le cui canzoni fanno parte sia della colonna sonora del film, sia prendono parte ad alcune scene.

Un film insicuro

Budreau ha deciso di impostare Rapina a Stoccolma con un tono tragicomico ed esasperato, ignorando quei pochi aspetti attraenti della vicenda (questo raccontato è il primo sequestro di ostaggi in Svezia; la polizia non sa come operare e i cittadini effettuano telefonate per elargire suggerimenti).

Il problema più grande è che ignora l’approfondimento e le motivazioni dell’elemento più importante, ovvero quella Sindrome di Stoccolma che non solo apre il film, ma trascina anche il soggetto. Manca l’analisi dei personaggi, come invece accade in un altro film che inscena una rapina, il bellissimo American Animals.

Sin dall’inizio notiamo sguardi struggenti della dipendente della Banca, Bianca (Noomi Rapace, bravissima), verso il rapinatore. Tuttavia, la loro affinità sarà approssimativa, sbrigativa e non del tutto giustificata. Sembra che a Rapina a Stoccolma manchino delle scene che congiungano lo svolgimento della trama.

E quindi, cosa rimane?

Con la mancanza dell’argomento che ha spinto la produzione del film, di Rapina a Stoccolma rimane il racconto di una storia paradossale. Ethan Hawke interpreta con sicurezza un rapinatore amabile e imbranato, che aiuta una vecchietta a uscire da quella porta che sta per attraversare prima di iniziare la rapina. È indeciso, prende in considerazione fattori secondari al proprio obiettivo (chiede a Bianca se sta bene) e si è portato dietro delle cose per l’intrattenimento (giochi di carte, una radio).

Il cinema è un luogo affollato di film tratti da storie vere e ancora più ricco di film di rapine. A questo punto, faccio uno sforzo per cercare di legittimare la produzione di Rapina a Stoccolma con il desiderio di raccontare l’analisi del primo caso di Sindrome di Stoccolma. Ma qui l’approfondimento manca, quindi rimane un film trascurabile e disordinato, esitante su come comportarsi.

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