Home 2019 Alice e il sindaco (Nicolas Pariser, 2019)

Alice e il sindaco (Nicolas Pariser, 2019)

by robertodragone
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Alice e il sindaco (Alice et le maire) mi ha intrigato sin dalla diffusione dei primi spot, perché il suo soggetto, tanto bizzarro quanto stimolante, mi ha subito ricordato le trame paradossali dei romanzi di José Saramago. Se nel romanzo Saggio sulla lucidità lo scrittore portoghese si chiede «Cosa succede a un paese se alle elezioni i cittadini decidono in massa di votare scheda bianca?», Nicolas Pariser, sceneggiatore e regista di Alice e il sindaco, ragiona apertamente su un altro paradosso: Fabrice Luchini interpreta il sindaco di una città e soffre di un problema: «Non riesco più a pensare», confessa. Così ingaggia una filosofa (Anaïs Demoustier) perché «Lavori alle idee».

Opere come quella di Pariser modificano le regole della plausibilità per generare ragionamenti che, anche se vengono scatenati da incipit inverosimili, riescono a rendere un ritratto stimolante di un determinato contesto, in questo caso quello politico. Alice e il sindaco non è assolutamente una commedia degli equivoci; più che altro, si potrebbe definire una commedia grottesca, dove la comicità è scatenata dai paradossi e i giochi di parole («Alla mia destra c’è la sinistra e alla sinistra la destra»). Però, la stranezza più folle di Alice e il sindaco è che potrebbe non generare alcuna risata.

L’accostamento tra Alice e il sindaco e Il gioco delle coppie (Doubles vies, Olivier Assayas, 2018) forse è scontato, tuttavia, se in questa tipologia di film (dove i dialoghi hanno il ruolo più significativo) è giusto che la regia lavori soltanto in favore del racconto, Pariser è (almeno un poco) avventato e ogni tanto concede delle curiose pause narrative. Alice e il sindaco inizia così, con Alice che passeggia per andare verso il municipio nel suo primo giorno di lavoro. Nel film ci sono diverse scene simili: Pariser riprende gli spostamenti di Alice, mentre lei sorride appena. Chissà a cosa pensa. Eppure l’intento di queste scene è evidente: Alice viene trascinata da una situazione all’altra. Diventa velocemente una delle figure di spicco nello staff, tuttavia lei rappresenta una contraddizione: non solo la mancanza di «idee» del sindaco, ma anche lo scontro tra il cinismo del pensiero filosofico (e quindi l’indugio di un atteggiamento intellettualistico) e la politica che punta alla concretezza.

A parte queste brevi digressioni registiche, Alice e il sindaco è prima di tutto un film dialogato, in cui c’è un dibattito acceso tra ideologie in crisi, che addirittura spingono le persone ad avere problemi psicologici. Una politica stanca, formale e confusa, cerca di utilizzare la filosofia come terapia e risollevarsi da un torpore disilluso. Sarebbe stato facile cadere nella retorica, invece Pariser riesce a restare in un equilibrio perfetto tra le situazioni grottesche («Il sindaco ha cinque minuti per vederti, tra tre minuti») e quelle più drammatiche («È come se la politica mi avesse reso stupida»), per raccontare quella che diventa una rivoluzione mancata che puntava a cambiare le cose. Nonostante ciò, la morale finale di Pariser è almeno un poco ostile verso la politica. Più che altro Pariser si diverte nel renderla un po’ goffa, anche se Alice e il sindaco ha l’onestà intellettuale da rendere il personaggio del sindaco coscienzioso.

Il plot di Alice e il sindaco è un po’ lento, forse perché manca una vera e propria trama, tuttavia, il film sorprende per la sua lucidità e per la sua capacità di intrattenere con intelligenza. La comicità è sottile: dal video che va in buffering mentre «uno ricchissimo» afferma che la città è metafisicamente di sinistra, alla frase finale che esprime l’ultima critica del regista: il risveglio dal torpore politico.


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