Home 2020 Bombshell (Jay Roach, 2019)

Bombshell (Jay Roach, 2019)

by robertodragone
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Sembra che il racconto filmico dei film tratti da storie vere stia affrontando un cambiamento imposto da un mutamento del pubblico e della sua ricezione. Il film tradizionale con la famosa dicitura «tratto da una storia vera» è vivo e vegeto, tuttavia nel 2013 è nato una sorta di sottogenere, in seguito all’uscita del capolavoro scorsesiano The wolf of Wall Street (id., Martin Scorsese, 2013), una sceneggiatura praticamente perfetta scritta da Terence Winter, il quale si avvale di alcuni espedienti per ottenere e mantenere l’attenzione dello spettatore. È soltanto qualche anno dopo, tuttavia, che il sottogenere si perfeziona, ovvero nel 2015 con l’uscita del bellissimo La grande scommessa (The big short, Adam McKay, 2015), in cui la «storia vera» diventa una buffonata apparente e gli espedienti impiegati nel racconto filmico sono più stravaganti. È uno stratagemma geniale, poiché combina la necessità di raccontare una storia vera con la ricezione spesso diffidente che gli spettatori postmoderni destinano ai film più tradizionali. Le immagini di repertorio, i flashback, le voci fuori campo, la rottura della quarta parete, sono tutti espedienti extradiegetici per richiamare l’attenzione dello spettatore postmoderno. E Bombshell – La voce dello scandalo (d’ora in poi ignorerò l’orribile sottotitolo italiano) li include tutti.

La grande scommessa ha permesso ad Adam McKay di essere riconosciuto come autore (nonostante mi senta di consigliare anche il suo esordio, il film demenziale Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy e il suo seguito), tuttavia l’efficacia del film è anche merito di quell’elemento che spesso viene ignorato dai riflettori: la sceneggiatura, in questo caso curata da Charles Randolph, talentoso autore la cui filmografia comprende soltanto cinque film, principalmente caratterizzati da un impegno sociale (escluso la rom-com Amore & altri rimedi, che ho recuperato per caso soltanto poche settimane fa e che mi ha stupito per le soluzioni insolite per il genere). Randolph è responsabile della sceneggiatura di Bombshell, così nel film di Jay Roach (altro regista che arriva dalle commedie, Todd Phillips insegna) sono presenti quegli artifici del racconto filmico che rendono il ritmo impeccabile. Soprattutto nel primo atto, lo spettatore viene iperstimolato dal film (un po’ come accade in Vice – L’uomo nell’ombra, ancora di McKay, film stranamente ignorato dal favore del pubblico), e quando il racconto filmico diventa più tradizionale (circa a metà del secondo atto), ormai è praticamente sequestrato dalla curiosità.

L’aspetto più insolito, e forse contraddittorio, di Bombshell, è che nonostante i numerosi artefatti che non fanno che suggerire la simulazione filmica, è un film che spinge ripetutamente verso la verità del racconto narrato: i nomi menzionati sono (quasi) tutti veri, ma non solo, vengono usate vere immagini di repertorio in cui l’allora candidato alla presidenza Donald Trump interagiva con una delle protagoniste (sostituita con l’attrice), oppure su schermo vediamo gli screen dei veri tweet, o ancora, a un certo punto vediamo le fotografie delle vere protagoniste, mentre ascoltiamo le loro testimonianze. Bombshell quindi sfrutta abilmente ogni mezzo che il racconto filmico mette a disposizione per perfezionare la narrazione, o meglio, per aggiungere tutte le informazioni rilevanti senza appesantire il ritmo: risulta più ingegnoso far sentire i pensieri di un personaggio in una voce fuori campo piuttosto che scrivere un’altra scena per spiegare cosa pensava nel frattempo. Questi stratagemmi artificiosi quindi sono interessanti, poiché Bombshell non è una commedia, anzi, di conseguenza il carattere drammatico viene sostenuto con soluzioni con cui è solito scontrarsi, poiché evidenziano quegli accorgimenti che permettono allo spettatore di ignorare l’inganno del cinema, inganno che risulta un aspetto rilevante per quei film tratti da una storia vera.

D’altronde il racconto filmico di Bombshell è straordinario (in tutti i sensi), tuttavia al centro c’è sempre quella «storia vera» che (per il film) è necessario raccontare, ovvero quelle accuse di molestie sessuali che coinvolsero il fondatore e direttore di FOX News Roger Ailes (interpretato da un irriconoscibile John Lithgow), narrate dal film dopo soltanto tre anni da quando sono accadute. Il lavoro della sceneggiatura di Randolph è interessante sotto molti aspetti, a esempio nel primo atto la figura di Ailes è ambigua ed esercita anche un ruolo positivo nel film (quando sostiene Megyn Kelly contro l’attacco mediatico di Trump), finché le tre storie principali non andranno in qualche modo a congiungersi e sfociare nell’accusa di molestie. In realtà, prima di arrivare al caso principale del film è bene mettere in risalto altri elementi, perché Bombshell è denso di dettagli che spiattellano una serie di atteggiamenti inopportuni che le donne subiscono. Qui si potrebbe aggiungere “sul posto di lavoro”, oppure “nella società statunitense”, d’altronde Bombshell è molto politicizzato, a partire dallo scontro manifesto tra repubblicani e democratici (che arriva a toccare il cibo con la battuta: «Il sushi è un cibo liberale»), fino a (cercare di) delineare un ritratto politico degli Stati Uniti, tuttavia rinchiudere il film nel paese in cui è ambientato è sia corretto che ingiusto; corretto, perché è un film che zampilla Stati Uniti da ogni fotogramma, ingiusto, perché le riflessioni che solleva potrebbero interessare l’oggettificazione della donna e non semplicemente della donna americana. Il mio errore d’analisi, ovvero ignorare la storicizzazione del film per universalizzarlo, è un errore voluto, in quanto il volere di Bombshell (e perché no, la sua furbizia) è quello di uscire (subito, appunto, dopo soli tre anni dai fatti) in un periodo in cui ogni testimonianza riguardo le molestie, ma anche le differenze di genere, sono importanti.

Ma dicevo, quegli elementi messi in risalto sia dalla scrittura che dalla regia (inquadrare la mano tremante di paura mentre preme il bottone dell’ascensore che condurrà il personaggio verso il proprio carnefice) prima che scoppi lo scandalo sono forse ancora più gravi, semplicemente perché non hanno un vero e proprio processo. Le donne vengono attaccate per la sindrome premestruale, perché si sentono dire che «Non si può violentare la propria moglie», perché sono “giornaliste belle” oppure «Sei troppo sexy per essere intelligente e non tanto intelligente da essere sexy». Queste sono tutte espressioni e comportamenti nocivi che sembrano quasi scontati poiché sono istanti tra una battuta rilevante e un’altra. La scena più potente del film è quella in cui vediamo lo staff femminile (presentato con nomi e cognomi) mentre si prepara per andare in onda: mentre si fanno «belle», scelgono vestiti che scoprono le gambe e calzano scarpe coi tacchi che le fanno sanguinare, difendono Ailes rilasciando interviste telefoniche.

Quando esplodono le accuse di molestie sessuali, Bombshell ha ormai delineato il ritratto di un ambiente (all’interno di una società) incredibilmente diseguale, in cui appaiono evidenti i motivi della battaglia combattuta dalle protagoniste. L’idea di dividere la storia in tre protagoniste non funziona sempre, perché proprio la storia che vede protagonista Margot Robbie (il suo è l’unico personaggio inventato tra le tre protagoniste) è quella più debole, tuttavia anche la sua retorica è fondamentale poiché aiuta a illustrare ogni aspetto incluso nella questione. Infatti Bombshell considera tutte le facciate della battaglia, dalle accuse esplicite a chi nega che quelle subite siano molestie, all’uso della parola «vittima» al coinvolgimento e l’interesse politico dietro questioni del genere (quando vengono sollevate le accuse subentra un nuovo personaggio, Rudy Giuliani, politico repubblicano ed ex sindaco di New York, tanto per ribadire il potere e l’influenza di certi personaggi); per questo motivo era quasi un vincolo dover creare un personaggio (comunque ispirato a testimonianze reali) che rendesse esplicite quelle accuse per lo spettatore. Le altre due protagoniste, interpretate da attrici del calibro (non che la Robbie sia da meno) Charlize Theron e Nicole Kidman, sono invece personaggi ispirati a persone vere.

Bombshell – La voce dello scandalo è un racconto filmico straordinario che narra una storia che, nonostante sia recente, viene gestita con intelligenza. Il volere di completismo nell’esporre i fatti lo fa scivolare in alcuni momenti retorici, i quali tuttavia non intaccano il risultato finale, ovvero quello di un film che, nonostante dovesse essere fedele alla realtà, ha optato per un linguaggio più atipico che non dimentica la finzione potenziale del mezzo su cui lavora. Per fortuna.

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