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Da 5 Bloods – Come fratelli (Spike Lee, 2020)

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Spike Lee è uno degli autori più radicali nel panorama cinematografico statunitense, poiché i suoi lavori (o “joint”, ovvero canna, come li definisce lui stesso) sono intrisi di un’ideologia fortemente personale. Questa premessa era doverosa per introdurre il suo ultimo film: Da 5 bloods – Come fratelli (“bloods” era il termine con cui diversi soldati neri si chiamavano tra di loro, per indicare la loro fratellanza – fonte) doveva essere presentato al festival di Cannes, invece approda direttamente su Netflix. La storia vede quattro veterani della guerra in Vietnam tornare proprio nella giungla che li ha visti combattere per recuperare un tesoro che avevano sotterrato. Il quinto fratello del titolo è un loro compagno caduto in battaglia. Raccontato così Da 5 bloods sembra un film d’avventura, e in effetti ne ha tutte le carte per esserlo, però nel discorso contenutistico sono inseriti ragionamenti, ma anche arringhe furiose, sul ruolo dei soldati neri nella guerra in Vietnam e sul trattamento subito dalle persone di colore nella società statunitense. Non solo: la sceneggiatura è capace di autocritica, poiché proprio i quattro protagonisti saranno personalità complesse e difettose. Dal punto di vista ideologico, Da 5 bloods dà l’impressione di voler essere il manifesto definitivo delle ideologie del regista, il risultato però è un film, sì complesso, ma soprattutto complicato, a tratti goffo, sovraccaricato di teorie che, integrate così forzatamente nella storia, confondono lo spettatore.

La domanda che viene da porsi alla fine della durata eccessiva di 154 minuti è la seguente: di cosa parla Da 5 bloods? Il nocciolo del discorso passa da un argomento a un altro durante il plot narrativo, rendendolo un film incredibilmente ambizioso. Il problema è che la sceneggiatura non riesce a districarsi bene tra i numerosi argomenti che vorrebbe trattare, così alcuni li inserisce frettolosamente, o peggio, fuori contesto, durante gli sviluppi della trama. Lee rifila spesso dei dialoghi didascalici che sottolineano la retorica della società statunitense; sulla superficialità di questi dialoghi è il regista stesso a scherzarci («Grazie per questa ottusa lezione di storia dal punto di vista americano»), il problema però è che il discorso contraddittorio è così ingarbugliato da rendere Da 5 bloods decisamente stracarico di forzature ideologiche. Ne esce un film, sì sfaccettato, ma in cui le situazioni sono decisamente troppe, così come sono parecchi i nodi narrativi.

Si intuisce un disegno intricato nelle intenzioni di Lee: un discorso sfaccettato che ragiona anche sul mezzo cinematografico. Da 5 bloods critica apertamente il modo in cui la guerra è stata raccontata al cinema e in TV, negando definitivamente quell’idea eroica che hanno trasmesso certe storie ma che non ha niente a che vedere con il reale. È un peccato che il film non ammetta in più punti la sua natura cinematografica, perché quando lo ammette funziona eccome: nelle scene ambientate durante la guerra in Vietnam gli attori protagonisti non sono sostituiti da attori giovani o ringiovaniti in digitale (sottolinea l’idea che Da 5 bloods sia un film finto e ciò che conta è il racconto); soprattutto nella parte finale, il film nega un racconto di genere per ammettere la sua natura, ovvero quella di contatto diretto tra personaggio e spettatore, senza che questo discorso passi dal racconto della trama. Da 5 bloods è popolato da personaggi che si vogliono raccontare; alcuni di essi hanno racconti con ideologie contraddittorie tra di loro. Si vedono le ferite che la guerra ha lasciato in Vietnam, anche se è «ormai finita», e dell’odio che la popolazione locale riversa verso gli statunitensi, comunque rappresentati dai quattro protagonisti.

Il discorso di Lee, che all’inizio somiglia davvero a un monologo, anche se a parlare sono diversi personaggi, si perde negli sviluppi della trama, poi riprende, poi si perde di nuovo, e così via, fino ad arrivare alla parte finale in cui Da 5 bloods forse appare come voleva essere sin dall’inizio: un manifesto a cuore aperto. Invece ne è uscito un racconto superficiale in parecchi punti, in cui le idee interessanti – la critica e l’autocritica, il cinema mosso dalla rabbia ideologica – si perdono in una realizzazione a tratti goffa. L’ultimo problema del film sono le scene d’azione impacciate, perché ciò che infastidisce di più è un racconto eccessivamente lungo e debole. E se è interessante quel discorso filosofico che tanto manca al cinema, ovvero il film che contraddice il film che l’ha preceduto, Da 5 bloods non riesce comunque a trovare un equilibrio tra tutto quello che avrebbe voluto dire e il modo in cui Lee ha scelto di dirlo.

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