Home 2020 Enola Holmes (Harry Bradbeer, 2020)

Enola Holmes (Harry Bradbeer, 2020)

by robertodragone
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Dopo Le strade del male (The Devil All the Time, Antonio Campos, 2020), Netflix pesca dalla letteratura un altro soggetto per un suo film originale: tratto da Enola Holmes – Il caso del marchese scomparso, primo romanzo di una serie di sei scritti da Nancy Springer, questo film intitolato appunto Enola Holmes è l’occasione per il colosso dello streaming di disporre al servizio dell’intrattenimento dello spettatore la sua squadra di attori sotto contratto, tra cui Henry Cavill e Millie Bobby Brown (qui anche produttrice del film, a soli 16 anni). Il duo di attori per un’incredibile coincidenza (…) interpretano anche gli unici due personaggi carismatici del film – o meglio, Cavill ci prova, con un’interpretazione di Sherlock Holmes fin troppo rigida e goffa (per me comunque il successo di Cavill è un mistero irrisolto), mentre Brown ha i riflettori del racconto puntati, e con il personaggio cucitole addosso, le basta fare qualche faccetta buffa per dare al pubblico ciò che vuole.

Enola Holmes inizia proprio con il personaggio della protagonista che introduce frettolosamente lo spettatore nella storia. Lo fa rompendo la quarta parete e guardando direttamente in camera, per creare un rapporto intimo con lo spettatore. Il racconto è velocizzato da tagli di montaggio e flashback, in pieno stile contemporaneo, adatto al target adolescenziale a cui è rivolto il film. Lo stile narrativo dell’incipit si estende per tutto la durata: Enola parlerà allo spettatore nei momenti più bizzarri, mentre il montaggio distribuirà i flashback così da approfondire il personaggio della madre (talvolta, questi fashback sono utilizzati in malo modo).

Il film è il frutto di una reinterpretazione della storia e del personaggio di Sherlock Holmes, qui passivo e neutrale, bloccato in un limbo tra la società patriarcale e il suo essere comunque un personaggio rilevante che non può apparire esageratamente negativo, anche perché è interpretato da un attore di punta di Netflix. Al contrario, il fratello Mycroft (Sam Claflin) viene sacrificato e diventa l’antagonista misogino, che rappresenta l’ingiustizia della società nei confronti del sesso femminile. L’universo creato da Arthur Conan Doyle con romanzi e racconti affronta una reinterpretazione fortemente femminista, sia nella trama che nel suo sviluppo. Enola è la sorella minore «Indomabile» che va rieducata per diventare una «moglie accettabile e una madre responsabile». Nonostante le forzature (lo istupidimento di tutti i personaggi intorno a Enola), la svolta femminista è interessante, peccato quindi che sia lasciata a se stessa. Il racconto infatti si concentra soprattutto su altri aspetti e per esempio la scena del collegio femminile, ovvero il luogo in cui Enola viene rinchiusa per essere rieducata, diventa un’altra occasione per mostrare un montaggio frettoloso di sketch divertenti in cui Brown fa le sue famose faccette mentre rompe la quarta parete.

Il problema più grave sta però nel fatto che la storia non coinvolge mai, e il mistero alla sua base non appare né intrigante né avvincente. Però ciò che infastidisce di più della sceneggiatura è la sua unidirezionalità (ma credo sia un problema del romanzo originale di Springer). Per questo motivo, il film non sembra nient’altro che una vetrina a tratti noiosa incentrata sull’attrice feticcio di Netflix, Millie Bobby Brown. Lei interpreta l’unico personaggio interessante, mentre gli altri sono anonimi e fungono da mezzi per smuovere la trama. Ho detto che il personaggio le è cucito addosso, in realtà è l’intero film ad avanzare con lei – e se questo è ovvio che accada con l’eroina del film, in questo caso si nota particolarmente la banalità dei personaggi di contorno e la forzatura delle situazioni che vengono sbloccate soltanto dalla protagonista. Un mezzo disastro di cui vedremo sicuramente uno o più seguiti.


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