Home 2020 Favolacce (Damiano D’Innocenzo, Fabio D’Innocenzo, 2020)

Favolacce (Damiano D’Innocenzo, Fabio D’Innocenzo, 2020)

by robertodragone
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Favolacce si descrive da solo: racconta una storia «insensata, amara e pessimista» ambientata in una piccola comunità di una periferia romana. Le villette a schiera ospitano famiglie composte da adulti autoritari e frustrati e da bambini silenziosi e intimoriti. I primi hanno un’apparenza comune, eppure nei dettagli (i denti storti, lo smalto trascurato, le risate sgraziate, il corpo mostrato con un occhio sgradevole) appaiono rozzi, mentre i secondi per la maggior parte del tempo hanno un’espressione seria e affranta. Tra i due gruppi di elementi c’è un confronto implicito in cui gli adulti non riescono a comprendere i bambini, anzi, nemmeno li ascoltano (così tanto che ormai i bambini non parlano molto); a tal proposito, la regia sottolinea questo aspetto con una messa a fuoco selettiva particolare: si concentra su chi ascolta (spesso i bambini), non per forza, come invece accade di frequente nei film, su chi parla; questo sottolinea l’isolamento di alcuni bambini davanti agli adulti, i quali applicano atteggiamenti soffocanti in cui i bambini diventano oggetti da esibire e da sfruttare.

Favolacce risulta complicato da analizzare perché la strada scelta è quella di un linguaggio intricato a stimolante. Il film non ha una vera e propria trama lineare che avanza, piuttosto passa con coerenza da una situazione a un’altra con una condotta di causa ed effetto. D’altronde l’intenzione dei fratelli D’Innocenzo è esplicitata sin dai primi minuti: il loro film è prima di tutto un racconto, e se in ogni film c’è ovviamente un narratore (la maggior parte delle volte “invisibile”), quello di Favolacce è un narratore che sicuramente valorizza il racconto filmico e impiega l’irrazionalità del cinema a proprio piacimento, sfruttando ogni elemento in modo efficace. A partire dal tempo: se lo svolgimento di causa ed effetto suggerisce un avanzamento lineare, forse è altrettanto lecito domandarsi se invece il tempo in Favolacce non sia distorto (alcuni sviluppi significativi non hanno conseguenze), o addirittura ciclico (fin dove arriva la libertà del narratore?). Questa antinomia analitica è un’interpretazione basata su un linguaggio filmico tanto calcolato quanto ermetico.

Quello raccontato in Favolacce è «un mondo di merda» perché ad alimentarlo è quella crudeltà umana latente che non si manifesta sempre chiaramente, anzi viene spesso occultata attraverso condotte anche apparentemente normali. Il padre (Elio Germano) che viene ammirato dai figli («Vorrei avere il carattere di papà, a lui la crudeltà umana non stupisce nemmeno più») è invece proprio colui che manifesta la frustrazione, il disagio sociale e l’ignoranza che termina nell’invidia (da napoletano mi viene da dire la “cazzimma“) degli adulti del film, in un conflitto contraddittorio tra la sostanza e l’apparenza. Questo conflitto intimorisce lo spettatore è perché perfettamente convincente, nonostante sia inserito in un racconto filmico che non respinge elementi inventivi. Quindi Favolacce appare come un film squisitamente ambiguo, in cui le situazioni perfettamente plausibili non vedono il narratore sparire dietro una narrazione sottomessa alla storia; i fratelli D’Innocenzo reclamano l’importanza di ogni elemento che costituisce il film, infatti Favolacce è composto da un linguaggio filmico deciso e personale: oltre alla messa a fuoco selettiva già nominata, il film fa largo uso di obiettivi grandangolari, poi ci sono piano sequenze, scene in slow-motion, oppure vengono utilizzati particolari campi lunghi (in cui le persone sono visibili in un paesaggio dominante) per scene piuttosto rilevanti.

Altre caratteristiche di quel «mondo di merda» raccontato sono tanto l’influenza dannosa degli adulti sui bambini tanto lo strano interesse di questi ultimi verso il sesso. Se tale interesse è consueto alla loro età, in Favolacceassume dei toni deformati perché non è spontaneo ma sempre indotto con forza. Se Agostino nel romanzo omonimo di Alberto Moravia restava sconvolto nella scoperta della sessualità di sua madre, i bambini in Favolacce danno quasi per scontato il sesso: guardano la cronologia delle ricerche pornografiche effettuate dai loro padri, oppure guardano addirittura questi ultimi mentre si masturbano. Questa cognizione del sesso in età giovanile sembra averli sciupati, come se la consapevolezza del sesso rappresenti il passaggio netto tra la fanciullezza e l’età adulta. Questa interpretazione suggerirebbe che gli sviluppi di Favolacce rappresentino quindi un rifiuto di crescere, così da non sciuparsi irrimediabilmente.

Ed è proprio la crescita il mutamento che sembra distanziare insanabilmente il gruppo degli adulti con quello dei bambini. Nel film dei fratelli D’Innocenzo la crescita assume varie forme, come la presenza di una festa di compleanno, che diventa una festa a sorpresa, come se si volesse nascondere fino all’ultimo alla festeggiata l’amara consapevolezza che sta crescendo per diventare un’inguaribile frustrata, proprio come gli altri adulti del film. Un altro elemento simbolico della crescita è il cibo, che in Favolacce appare molto spesso, sotto le forme più svariate e attraverso le più disparate simbologie: il personaggio del maestro (Lino Musella) viene presentato in mensa, mentre mangia; l’inquietante scena del soffocamento che inaspettatamente si ribalta (la vittima diventa colpevole); la scena ancora più inquietate del latte materno; la merenda estiva dei ragazzi, oppure la pizza al bambino ammalato, oppure la torta di compleanno che viene mostrata maciullata, e così via. Se le interpretazioni sono tante quante sono le scene in cui il cibo compare, invece il modo in cui è inserito dal linguaggio filmico è quasi univoco: il cibo è un elemento negativo, i personaggi masticano rumorosamente (i rumori di masticazione sono inseriti in fase di montaggio e il loro volume è eccessivo) e in modo quasi nauseante (mi ha ricordato Il buco); tale caratterizzazione stranamente negativa suggerirebbe un’interpretazione logica: mangiare significa crescere – e crescere nel «mondo di merda» di Favolaccesignifica diventare delle persone malvagie.

Favolacce è un film bellissimo perché la sua ambiguità spalanca le porte a decine di interpretazioni diverse, eppure risulta così cinico (appunto, la storia è «insensata, amara e pessimista») da fornire anche elementi pragmatici sui quali risulta difficile speculare. La qualità maggiore del film dei fratelli D’Innocenzoè proprio quella ambivalenza dei grandi film, che si divide tra un contenuto concreto e un linguaggio filmico che quasi lo contraddice.

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