Home 2020 Figli (Giuseppe Bonito, 2020)

Figli (Giuseppe Bonito, 2020)

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Entriamo nelle vite dei personaggi protagonisti attraverso una carrellata che si addentra dalla finestra. Sono una coppia che litiga perché lui (Valerio Mastandrea) è incolpato da lei (Paola Cortellesi) di essere poco utile nelle faccende domestiche. Abbiamo subito una serie di stereotipi del cinema italiano: la coppia che litiga, interpretata persino dai soliti attori. Finché non succede una cosa imprevedibile: durante la discussione, lei trascende, corre verso la finestra (la stessa da cui noi spettatori siamo entrati) e si lancia di sotto, mentre lui la guarda disinteressato. Figli di Giuseppe Bonito è così: un continuo equilibrio tra gli stereotipi e il loro disfacimento attraverso una serie di sorprese che rompono la verosimiglianza del racconto.

Se è vero che la sceneggiatura di Mattia Torre (sua doveva essere anche la regia, le riprese però sono iniziate dopo la sua scomparsa) si muove nei luoghi comuni, e se è persino vero che talvolta rimane catturata nel loro interno, è altrettanto vero che è proprio la sceneggiatura a essere la componente più importante del film: le sue idee geniali e la sensibilità acutissima di riuscire a vedere e poi rivelare alcuni dettagli, costruiscono un racconto stravagante, a tratti provocatorio, ma mai scontato, che fa sorridere, ridere e persino riflettere. Torre racconta cosa significa essere genitori in Italia, anzi, ci fa «Capire il disamore di cui è capace questo paese» attraverso situazioni surreali, quasi oniriche, che sfruttano l’irrazionalità del cinema per esporre problemi concreti e quotidiani. 

In equilibrio continuo tra verosimiglianza e grottesco, con voci fantozziane fuori campo che raccontano le disgrazie dei protagonisti, Figli non utilizza una vera e propria trama: diviso in capitoli, il film avanza spezzone dopo spezzone, ognuno dei quali prende in considerazione un aspetto dell’essere genitori. Se «Ogni coppia di genitori ha la propria storia», alla fine tutte le storie sono uguali – e tutte le storie devono per forza passare in un’italianità che soffoca, o persino insulta (i due genitori urlano per strada di essere in attesa del secondo figlio e un automobilista risponde loro: «E ‘sti cazzi!») gli «eroici» genitori che eroici non sono. Figli non è (soltanto) un racconto scontato sull’essere genitori: le rinunce, i sacrifici, o i modi diversi di affrontare questa responsabilità («Il bambino viziato che fa corsi d’inglese a sei mesi, che come tutti da grande dovrà affrontare il capitalismo e l’agenzia delle entrate»), ma è un film ingegnoso (il pianto del bambino è sostituito la sonata n°8 di Beethoven «Pathetique»), che utilizza un linguaggio contemporaneo brillante e dinamico. Un film che non dimentica di essere un film: una grande innovazione nel cinema commerciale italiano. 

Si ride vedendo i genitori che si annoiano quando escono da soli, oppure, si ride vedendo una semplice festa di Carnevale trasformata in un dramma grottesco. Se è vero che alcune situazioni soffrono di retorica (soprattutto i discorsi politici degli anziani), è anche vero che in Figli c’è un esempio perfetto del modo in cui un luogo comune può essere riportato al cinema attraverso un racconto originale.

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