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Gli anni più belli (Gabriele Muccino, 2020)

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Gli anni più belli di Gabriele Muccino è un tentativo di raccontare quella malinconia inevitabile che implica crescere, prendere decisioni, cambiare. D’altronde è proprio un personaggio a dire che «Solo chi non vive non fa sbagli». L’intento, però, per quanto nobile, forse è generico – infatti, la sceneggiatura, scritta da Muccino stesso insieme a Paolo Costella, non riesce ad approfondire o caratterizzare i personaggi in modo da ricreare quel mordente che possa provocare nello spettatore il coinvolgimento sperato, nonostante Gli anni più belli sia soprattutto un cinema-spettacolo costituito da pillole: scene concise che inseguono a fatica lo svolgersi della trama, ovvero la concatenazione di drammi su drammi che subiscono i personaggi. Ma anche con questo stile da videoclip musicale, ovvero uno stile diretto e finalizzato, Gli anni più belli non sembra propriamente cinema – laddove “cinema” significa parlare per immagini – perché, anziché (di)mostrare, il film dice. Un personaggio afferma che «L’amore è la cosa più bella del mondo»; esclusa la banalità del dialogo, dov’è l’amore nel film? E ancora: «Avevamo tutti i nostri sogni», ma quali sono questi sogni?

I personaggi, tipici dello stile mucciniano, sono mediocri e inconsistenti, specchio dei loro drammi, che, spinti dell’isterismo della direzione registica, corrono, urlano e si agitano anziché farsi conoscere allo spettatore. Anche loro dicono anziché mostrare: anche se sono personaggi che si esprimono con il corpo e la recitazione degli attori insegue una pantomima eccessiva, il loro mostrarsi si limita ad attuare le azioni come ornamento di ciò che dicono. Ma più che i personaggi, i protagonisti di Gli anni più belli sono i cliché: i personaggi da giovani subiranno dei torti e da adulti ne subiranno o ne impartiranno altri, completamente diversi ma altrettanto gravi, così tanto che Gli anni più belli sembra un insieme di decine di film diversi, in cui vengono inevitabilmente dette quelle frasi fatte che si sentono con frequenza in determinate situazioni. Il susseguirsi dei drammi subiti dai personaggi è eccessivo, soprattutto perché ognuno dei drammi viene gestito frettolosamente in un avvicendarsi studiato per non far rallentare mai il ritmo del film.

Interpretato da un certo punto di vista, questo film può essere letto come un film inverosimile che mostra un avvicendarsi di drammi con il solo scopo di appassionare lo spettatore. Muccino, anziché sviluppare una storia, mostra frettolosamente gli sviluppi per arrivare direttamente al risvolto drammatico: Gli anni più belli è contraddistinto da soli risvolti drammatici – decisamente troppi. Mancano quelle scene in cui lo spettatore riprende fiato e dove (soprattutto) i personaggi crescono e si fanno conoscere in modo da poter giustificare le scelte che prenderanno. Anche perché, i drammi e i risvolti che subiranno i personaggi non avranno né conclusioni né alcun tipo di sviluppo ideologico – saranno soltanto fini a se stessi, un insieme di scene spesso infondate che caricano il peso drammatico del film – anche se, paradossalmente, Gli anni più belli funziona di più nelle scene comiche, che siano tali volutamente o meno (infatti, una scena particolarmente drammatica ha scatenato delle risate in sala).

Nel frattempo, la macchina da presa gira intorno ai personaggi e li insegue in piani-sequenza troppo virtuosi. La regia di Muccino è una conseguenza dello spettacolo che insegue con la scrittura. I suoi personaggi si muovono senza motivazioni, sfrecciano in auto per rincorrere l’ebrezza della libertà, poi si fermano nel nulla e si mettono in posa davanti all’obiettivo per ballare e cercare di dimostrare di essere felici. L’inizio del capolavoro C’era una volta in America (Once Upon a Time in America, Sergio Leone, 1984) mostra Noodles (Robert De Niro) che torna nei luoghi della sua infanzia: lo spettatore prova la sua malinconia attraverso la regia che costruisce la storia attraverso i dettagli; mentre nell’inizio di Gli anni più belli Pierfrancesco Favino ci parla in camera e ci introduce alla sua infanzia senza dirci molto altro: a mancare, questa volta, è soprattutto qualcosa che giustifichi il racconto a ritroso. Quindi, perché Muccino ci ha voluto raccontare la vita dei suoi personaggi? Ma soprattutto: dove sono gli anni più belli del titolo?

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