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I miserabili (Ladj Ly, 2019)

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Era il 1995 quando le rivolte che seguirono il verdetto per il pestaggio di Rodney King ispirarono il film Strange Days (Kathryn Bigelow) a ragionare su come un video potesse fungere da testimone. Dopo venticinque anni, I miserabili, esordio alla regia di Ladj Ly e tratto da un suo cortometraggio, sembra riprendere il discorso dov’era rimasto: il film è ispirato a un episodio reale avvenuto nel 2008, filmato dallo stesso Ly. Il genere scelto da Bigelow non poteva che essere il noir, a causa del suo legame con l’ambiente urbano, tuttavia poneva il ragionamento su una chiave fantascientifica che usufruiva del linguaggio meta: il suo film filmava un’analisi su cosa significasse filmare. Il dramma di Ly invece è più pratico: anch’esso urbano, sfrutta un linguaggio post-contemporaneo con una camera a mano che segue i personaggi tormentandoli; ma soprattutto aggiorna il discorso meta, ovvero il cinema che filma se stesso, e sostituisce il mezzo-testimone con un drone.

La regia di Ly è frenetica: il ritmo utilizza jump-cut per non allentare la presa sulla storia, l’elemento più importante di I miserabili. Quello raccontato è un abuso di potere, anzi, sono parecchi abusi di poteri di vario genere, poiché la sceneggiatura si destreggia tra le numerose situazioni raccontate che confluiranno in un unico fatto di cronaca; tuttavia, tutti i soggetti coinvolti rappresenteranno diversi gradi di potere, ognuno dei quali penserà alla propria supremazia sugli altri. Ma il punto di forza di I miserabili è quello di esporre gli avvenimenti con la consapevolezza e la sensibilità di raccontare delle persone: quindi anche se ognuno dei personaggi ricopre un ruolo (o una funzione), ciascuno ha un carattere con venature contraddittorie e, quindi, umane. Ne consegue il ritratto di una situazione sociale e culturale disonesta e fallimentare, dove non c’è una netta differenza tra “buoni” e “cattivi” e in cui chiunque cerca soltanto di sopravvivere.

Anche se un poliziotto ringhia con prepotenza «Sono io la legge!», a sua volta è un bullo bullizzato in una ragnatela di prepotenza in cui ognuno si rivela sia vittima che carnefice. Chi detiene il potere ha paura, anche se «Da queste parti si può essere tutto meno che timorosi» la sensazione è quella che il sistema sia indisciplinato e crei un senso di disorientamento in tutti i componenti. Il pregio del film è quello di non rovinare il racconto con la retorica, anzi, Ly ammette la sconfitta politica di questa organizzazione sociale con il racconto nella parte finale, dove gli avvenimenti hanno due facce della stessa medaglia: sia quella della rivolta sociale, sia quella della sconfitta culturale, in quanto si crea quel giustiziere che alimenta il sistema, anziché puntare ad annientarlo.

Le contraddizioni si mischiano in I miserabili: il volo del drone trasmette la libertà, ma anche il potere di violare la privacy altrui; i poliziotti vengono presentati con simpatia, eppure cantano felici di poter andare a «palpeggiare» delle minorenni durante un controllo, oppure, scommettono sul futuro altrui («Entro sei mesi gli rimetto le manette»). In questo mondo ingarbugliato lo spettatore procede attraverso gli occhi del nuovo poliziotto che viene addestrato (e ammaestrato) nel suo primo giorno di lavoro: i suoi occhi sono gli unici ad avere un’integrità morale e sono gli stessi che, impauriti, dovranno capire come sopravvivere.

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