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Il talento del calabrone (Giacomo Cimini, 2020)

by robertodragone
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Questa volta voglio fare un’eccezione e per analizzare Il talento del calabrone voglio cominciare da un aspetto non strettamente filmico, anzi, ovvero il trailer che cercava di procurare spettatori al film. Era proposto spesso come pubblicità prima dei video su YouTube ed era costruito così bene che mi ha persuaso, quindi non ho voluto saltarlo e l’ho visto interamente (una pubblicità su YouTube che non ti spinge a saltarla sembra già sinonimo di qualcosa di interessante). Il trailer colpisce nel segno, anche se a sorprendermi è stata una caratteristica indipendente dalla trama, ovvero che Il talento del calabrone è un film italiano.

Negli ultimi anni il cinema italiano ha riscoperto i film di genere; ne abbiamo ormai tanti esempi, eppure mi sorprendo ogni volta che trovo un nuovo film che rappresenti questa riscoperta, in questo caso con addirittura un trailer da cardiopalma che funziona. Credo che Il talento del calabrone andrebbe visto con alcuni presupposti di tolleranza: nonostante tutto in Italia ci stiamo avvicinando a certi generi da poco e ci stiamo ispirando, ovviamente, allo stile statunitense, in particolare a quello hollywoodiano. Il talento del calabrone però mostra un vizio di una parte del nostro cinema, ovvero quello di tenere in considerazione ancora le fiction televisive.

La trama è quella di un thriller puro: un uomo (Sergio Castellitto) telefona a una trasmissione radiofonica e annuncia al dj (Lorenzo Richelmy) che sta per suicidarsi. Il caso si complica ancora di più quando l’uomo dimostra la sua pericolosità provocando un’esplosione, iniziando così un gioco macabro in cui prende in ostaggio tutta la città. La città è Milano e fa uno strano effetto vederla trasformata in una metropoli cinematografica che imita le grandi città statunitensi.

La prima parte di Il talento del calabrone è carica di suspense: la regia di Giacomo Cimini costruisce una tensione concreta; presenta lentamente il personaggio di Castellitto attraverso inquadrature che gli girano intorno: prima lo vediamo di spalle, poi la sua bocca mentre parla, infine lo vediamo finalmente in primo piano in un momento ben specifico. La figura sfuggente di Castellitto si alterna alla scena ambientata nello studio radiofonico, dove Cimini predilige movimenti di macchina a volte noiosi (come lunghe carrellate), eppure la sua regia riesce a essere sempre funzionale. Insomma, nel primo quarto d’ora circa Il talento del calabrone funziona e incuriosisce, con una regia che sa intrigare e dei dialoghi che compiono le loro funzioni. Poi il disastro totale.

Il ritmo del film precipita praticamente subito, ovvero quando le soluzioni della sceneggiatura appaiono confuse e ripetitive. Ho iniziato a vedere il film con la premessa che avrei assistito ad alcune ovvie ingenuità, più che normali vista l’inesperienza del cinema nostrano verso alcuni generi, ma nonostante ciò appare inevitabile notare che Il talento del calabrone soffre di un carattere sciocco in più punti, mentre in altri l’incoerenza narrativa sfiora persino grossolanità prossime al trash. La seconda parte del film ha una sceneggiatura di una lentezza frivola e avanza attraverso assurdità e incongruenze. Anche i dialoghi peggiorano e appaiono artificiali, fin troppo costruiti e macchinosi. Non ho la competenza di parlare di recitazione, tuttavia ho trovato che alcune battute siano recitate con esagerazione. Persino la regia di Cimini subisce negativamente la ripetitività delle location e presto viene a stancare. L’ambientazione milanese invece perde ogni premessa interessante e appare piatta e anonima.

Il talento del calabrone è un nuovo approccio del cinema nostrano a un genere che conosciamo ancora poco. Il soggetto iniziale, ovvero al di là della semplice trama, è molto interessante per un gioco di ruoli che si scambia e confonde, in modi che non posso dire per non anticipare gli sviluppi. Tuttavia la realizzazione è completamente da dimenticare, a partire dalla sceneggiatura sconnessa e a tratti illogica e una realizzazione modesta e dozzinale in troppi punti. Il talento del calabrone appare quindi come un thriller ingenuo, a tratti sbruffone, che però risulta comunque una premessa intrigante per la strada che il cinema italiano di genere vorrebbe intraprendere.


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