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Il traditore (Marco Bellocchio, 2019)

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Esiste un radicato e penoso “effetto nostalgia” nel cinema italiano. È lo stesso effetto che consente di vendere i nostri film (almeno alcuni) ad altri mercati ed è la ragione che induce parecchi spettatori connazionali a credere che il cinema italiano sia pronto a lucrare sui problemi del paese pur di prostituirsi all’estero. Il discorso non è semplice, forse hanno ragione entrambi gli schieramenti: pur di vendersi all’estero un film italiano deve soddisfare certi stereotipi (gli italiani poveracci di La vita è bella, oppure gli italiani sfarzosi della “dolce vita” di La grande bellezza), nello stesso momento, l’industria nazionale fatica a svecchiarsi e modernizzarsi anche per colpa di un pubblico tradizionalista. Il traditore parte con il piede sbagliato se ha intenzione di uscire dalla stereotipia contenutistica (e formale) del cinema italiano: nel primo quarto d’ora mostra una festa religiosa mentre in sottofondo suona un mandolino, poi vediamo un battesimo (ancora religione, per l’estero siamo la patria della Chiesa cattolica), un funerale in latino e infine una serie di omicidi. L’inizio del film è un’accozzaglia tra brutte idee e stereotipi del (e sul) cinema italiano. Il traditore poi avanza e migliora (e di molto), però ogni tanto ritornano quelle banalità narrative («Va’ pensiero» da Nabucco suonato durante la sentenza) da cui noi italiani non riusciamo a svincolarci.

Però per fortuna Il traditore non è soltanto raccontato attraverso i cliché. Il protagonista del film è Tommaso Buscetta, il pentito mafioso la cui testimonianza, rilasciata al giudice Giovanni Falcone, ha fatto arrestare centinaia di mafiosi, tra cui Totò Riina e Pippo Calò. Proprio Buscetta permette a Marco Bellocchio un potenziale narrativo straordinario: Buscetta è un antieroe atipico per il genere mafioso; è stanco, non cerca la gloria («Io non ho mai avuto interesse nel comandare. Volevo essere libero di viaggiare, di giocare, di divertirmi»), ma soprattutto è un uomo che quasi crea compassione perché mostra le proprie debolezze. Bellocchio non è condiscendente verso il suo protagonista, o addirittura indulgente verso i vecchi e “sani” valori di Cosa Nostra, piuttosto il suo è un interesse artistico verso un uomo disilluso che fa parte di un sistema che non ammette fragilità. Il ritratto di Buscetta è quasi morbido, Pierfrancesco Favino gli dona un’umiltà che lo mostra fragile e sopraffatto in ogni scontro verbale: risponde a tono, però la sua espressione avvilita mostra un uomo smarrito – e questa sfumatura caratteriale si può percepire soltanto grazie all’interpretazione di Favino.

La scena più bella di Il traditore è quella in cui Buscetta immagina il suo funerale, poiché trasmette l’inquietudine di un criminale per essere ormai finito “in trappola” nelle mani della legge. Questa scena anticipa la lunga sessione processuale, dove Il traditore si sofferma probabilmente più del dovuto; la scena è una lunga buffonata, nel senso migliore del termine: è diretta splendidamente e riesce a trasmettere i caratteri equivoci e puerili di alcuni personaggi. Il problema è che dopo questa scena il film prosegue e ha intenzione di raccontare molti altri sviluppi, per questo motivo la narrazione accelera fin troppo e omette alcuni approfondimenti. L’ultima ora circa (il film dura 148 minuti) è quella più confusionaria, perché Il traditore lancia una serie di sassolini senza però andare a fondo dei fatti. Avrebbe giovato di una durata maggiore che non mettesse fretta alla sceneggiatura.

Nel finale bruttino, dove si riprende la parte più retorica dell’intero film, Bellocchio sottolinea il carattere contraddittorio del suo personaggio, ovvero un uomo che, nonostante le debolezze e il vittimismo («Io sono sconfitto. Io sono carcerato, come te. Io ho perso tutto, ho perso la mia famiglia, ho perso gli amici, ho perso la mia libertà, tutto ho perso»), resta uno spietato criminale. Un po’ banale, soprattutto perché le contraddizioni del personaggio, presenti per tutta la durata del film (davanti al giudice Falcone è orgoglioso di Cosa Nostra, mentre subito dopo confessa al suo amico Contorno (Luigi Lo Cascio) che Cosa Nostra è ormai finita), non sono state approfondite e sicuramente avrebbero aiutato la narrazione a costruire un ritratto più umano del protagonista – anche se già così com’è, Il traditore, nonostante i suoi limiti e le sue banalità, è un buon film che riesce a riservare non poche sorprese, soprattutto nel mostrare l’aspetto meno analizzato della figura del mafioso: il suo essere soltanto un uomo.

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