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In viaggio verso un sogno (Tyler Nilson, Michael Schwartz, 2019)

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Come disse Shakespeare, «Il cinema è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni». Ovviamente la citazione tratta da La tempesta è alterata, tuttavia l’intenzione del cinema (almeno di un certo tipo) è sicuramente quella di far sognare a occhi aperti lo spettatore. In viaggio verso un sogno (il titolo originale è The peanut butter falcon, la traduzione storpiata italiana aggiunge l’idea del sogno) ne è un esempio. Il protagonista è Zak, interpretato da Zack Gottsagen, «un ragazzo con la sindrome di down che i registi conoscono da tempo e che volevano aiutare a diventare attore» (fonte). Il suo sogno è quello di diventare un lottatore di wrestling, così scappa dalla casa di riposo in cui vive («Io non devo riposare! Allora perché sono in una casa di riposo?») per inseguire il suo sogno. Sulla strada incontra Tyler (Shia LaBeouf), un pescatore consumato dai rimpianti, diventato fuggitivo. Insieme formeranno una coppia improbabile che deciderà di percorrere insieme la strada verso il sud.

In viaggio verso un sogno è un road-movie che racconta una (dis)avventura che punta a coinvolgere emotivamente lo spettatore. Questa tipologia di film nemmeno ci prova a uscire dagli schemi, però nel film diretto da Tyler Nilson e Michael Schwartz sono presenti un insieme di coincidenze forzate che peggiorano il racconto e lo rendono a tratti didascalico, soprattutto nel primo atto, quando praticamente ogni frase pronunciata è un’informazione che introduce lo spettatore al contesto. Se il cinema è un racconto di coincidenze, quelle che si verificano durante il percorso della coppia improbabile di protagonisti sono decisamente troppe. Il film (si sblocca e) avanza soltanto grazie alle coincidenze che forzano il racconto verso l’unico scopo: raccontare il viaggio verso un sogno con un tono decisamente mieloso.

La durata del film è prolungata da una serie di espedienti furbi: montaggi di scenette in cui si mostrano i protagonisti divertirsi e godersi la vita; queste scene costituiscono il nocciolo del film, perché mirano direttamente ai coinvolgimento emotivo dello spettatore. In viaggio verso un sogno sfida i limiti imposti dalla sindrome di down per far sì che Zak possa inseguire il suo sogno di diventare un lottatore di wrestling, per questo lo scopo diventa mostrare Zak in situazioni normali che ignorano la sua condizione. In realtà, il film tenta anche un altro approccio argomentativo: la condizione di Zak gli pone dei limiti, ma chiunque ha dei limiti e non tutti possiamo raggiungere certi obiettivi. Una riflessione decisamente disfattista, soprattutto se confrontata con i toni positivi del film, però è anche una riflessione onesta che tenta (e secondo me riesce) di cambiare approccio rispetto alla solita gestione retorica della diversità nel cinema.

Nel film In viaggio verso un sogno alcune cose stonano: le forzature già citate che fanno avanzare il racconto con un’eccessiva linearità, oppure alcune stranezze (la presenza di armi da fuoco) o incoerenze narrative (Tyler che sfrutta Zak per trasportare lo zaino), però la storia raccontata riesce a coinvolgere anche perché dà allo spettatore esattamente cosa si aspetta, e soprattutto vorrebbe, da film simili. La rivalsa di Zak contro la brutta parola che si sente ripetere (nella versione italiana è «ritardato») vale come monito per chiunque si senta limitato verso il raggiungimento di un sogno: In viaggio verso un sogno non ignora i limiti della condizione di partenza, però li sfida con un cinema sognatore.

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