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L’altra metà (Alice Wu, 2020)

by robertodragone
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Ci voleva la regista cinquantenne Alice Wu per dare una voce agli adolescenti contemporanei. Per farlo, scrive per Netflix L’altra metà (The half of it), un film che si colloca tra un dramma adolescenziale e una commedia esistenziale (qualsiasi cosa significhi). In realtà, la sceneggiatura permette al film di comunicare attraverso più approcci, infatti ci sono sia gli stereotipi dei teen-movie (i ruoli tra gli studenti liceali: lo sportivo famoso e poco intelligente, l’occhialuta emarginata, e così via) sia i cliché delle rom-com (la scenata pubblica, le scene melodrammatiche), tuttavia L’altra metà si avvale di questi generi soltanto per poter offrire un racconto spontaneo dal linguaggio immediato, mentre invece riflette e approfondisce alcuni argomenti delicati, come la solitudine, l’incomunicabilità, l’omosessualità, l’abbandono, l’accettazione di sé, e addirittura cerca di dare una definizione all’amore. La cosa interessante è che L’altra metà cerca di riprendere il discorso intavolato da grandi pensatori: non sono poche le citazioni letterarie e filosofiche, da Albert Camus a Jean-Paul Sartre («Hell is other people»), così come abbondano i riferimenti cinematografici; quindi, Wu parte da concetti espressi da pensatori eccezionali fino ad allontanarsene ed esprimere le proprie idee.

È importante tenere presente il target netflixiano di partenza, perché L’altra metà non ha timore di essere ingenuo, soprattutto nell’ultimo atto, quanto lo scioglimento della trama mostra i punti deboli della sceneggiatura; tuttavia il film di Wu riesce comunque a raccontare con capacità la delicatezza di alcuni sentimenti, e lo fa con un linguaggio incredibilmente moderno con il quale riesce perfettamente a comunicare con il giovane spettatore contemporaneo. L’altra metà ammette personaggi insicuri e impauriti; ammette che la comunicazione tra due persone che si amano non è sempre semplice, così come non è semplice esprimere i propri sentimenti; ammette e dimostra i limiti dell’amore di genere e rivela i pregiudizi che si trascinano con sé certe situazioni viste attraverso gli occhi ristretti di una comunità chiusa. Il film di Wu descrive l’impegno che comporta intraprendere un percorso per l’accettazione di sé, della persona che si ama o di quella a cui si vuole bene; quindi, l’accettazione di una persona così com’è, senza provare il desiderio di volerla cambiare. La protagonista deve interpretare un sostituto per poter comunicare con la donna di cui è innamorata, perché se lo facesse direttamente non verrebbe capita. Questo aspetto sottolinea la solitudine interiore di cui gli adolescenti soffrono nel vedersi incompresi; alla fine, i loro pensieri diventano inespressi: sono nascosti senza alcuna possibilità di essere sostenuti.

Ammettere queste fragilità è comune nei film adolescenziali, in L’altra metà però la lucidità del plot narrativo raggiunge una consapevolezza interessante di ciò che sia un racconto cinematografico contemporaneo. In L’altra metà i protagonisti iniziano un rapporto epistolare attraverso lo scambio di lettere, però poi passano a servizi di messaggistica digitale e i messaggi vengono mostrati sovrimpressione attraverso delle didascalie; oppure, nonostante la complessità e la delicatezza degli argomenti trattati, il film è divertente in più punti. Eppure non mancano i momenti più commoventi, così come non mancano quei momenti in cui il racconto cinematografico diventa vantaggioso e vediamo sguardi, gesti, espressioni che riescono a comunicare gli stati d’animo dei personaggi (proprio come accade nel finale, nell’ultimo minuto, quando il racconto è ormai finito ma Wu inserisce un’ultima pausa riflessiva). Forse L’altra metà subirà una bocciatura ingiusta da chi dal cinema cerca invano la perfezione assoluta, tuttavia ritengo sia degno di nota l’impegno che Alice Wuabbia dedicato al suo film; d’altronde, come dicono anche i suoi personaggi, «Se l’amore non è l’impegno che ci metti… allora… cos’è?».

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