Home 2019 Magari (Ginevra Elkann, 2019)

Magari (Ginevra Elkann, 2019)

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La simulazione del cinema parte dall’immaginazione, proprio come l’inizio di Magari, film d’esordio di Ginevra Elkann, in cui vediamo una bambina digiuna che immagina pietanze appetitose mentre è stata costretta dalla madre (Céline Sallette) ad assistere a una cerimonia ortodossa. Il racconto comincia dalla voce fuori campo della bambina, dice: «Mamma è sempre innamorata di qualcosa o di qualcuno»; così trascina la bambina e i suoi due fratelli nelle sue convinzioni transitorie condizionate dall’amore: quando stava ancora insieme al padre (Riccardo Scamarcio) della bambina (racconta la sua voce) faceva l’artista, ora fa la “suora” perché il nuovo compagno è credente. I tre figli vengono spediti al padre, uno sceneggiatore cinematografico incapace. Loro tre vorrebbero la stabilità (la figlia la immagina) mentre subiscono le precarietà ideologiche dei genitori, i quali cambiano loro la fede, case e ideali, attraverso dei comportamenti egoisti e capricciosi.

Magari è un esordio alla regia, per cui Elkann compie alcuni errori facilmente perdonabili, soprattutto nella direzione degli attori e in alcune scene, dove incespica in ambizioni estetiche troppo raffinate; con tutto ciò, la sua regia ha il pregio di riuscire a creare degli spazi privati per i suoi personaggi utilizzando una profondità di campo che compone inquadrature anguste, che sottolineano l’oppressione degli adulti sui tre bambini. Appena sbarcati a Roma i tre figli vorrebbero vedere il Colosseo, così il padre, che va di fretta, glielo mostra: dall’auto, senza fermarsi, indica la cima del Palazzo della Civiltà Italiana, il così detto “Colosseo quadrato”, mentendogli spudoratamente. Così Elkann rinchiude i suoi personaggi negli spazi angusti: prima l’auto, poi il salotto dei nonni (dove rischiano di essere abbandonati), poi nella casa al mare, dove il padre decide di andare per riscrivere la sceneggiatura che gli hanno giù bocciato, nonostante fosse prevista inizialmente una gita in montagna. Gli errori registici di Elkann sono perdonabili perché nel suo film ammette l’immaginazione: mostra i tre bambini giocare in spiaggia con le tute da scii che hanno portato, impossibilitati di prevedere che il padre avrebbe cambiato idea sui piani, ma non solo: è a questo punto che la regia gioca con la messa in scena, libera l’immaginazione e scherza con il secondo figlio; questi guarda in camera, improvvisa un ballo delirante mentre sentiamo una musica extradiegetica. Lo fa due volte nel film, la seconda è significativa, come se il narratore del film dichiarasse esplicitamente la sua influenza sugli sviluppi della trama.

Il racconto di Magari è in grado di mostrare la rigidità, l’imbarazzo e il disorientamento dei figli davanti alle scelte irresponsabili degli adulti: il padre urla «Chi è il padre? Sono io!», per farsi considerare, ma non si accorge di ciò che gli accade intorno, e non solo, dedica tutte le sue cure al suo cagnolino anziché concentrarsi sui propri figli; pretende per i figli una «Vita normale», eppure non prende in considerazione le conseguenze e bacia la sua nuova compagna (Alba Rohrwacher) davanti a sua figlia (infatti, questa evita di vedere la scena). Ma sono i tre figli il nocciolo del racconto e del punto di vista narrativo. La loro differenziazione caratteriale è gestita con sapienza da una scrittura solida (la sceneggiatura è curata dalla regista insieme a Chiara Barzini), che parte dall’ovvia ingenuità infantile per mostrarne le diversità in base all’età dei bambini.

La più piccola è la più ingenua, lei avrà il desiderio che i genitori tornino insieme e rappresenta l’elemento più fantasioso del film, perché associa la stabilità al matrimonio ed è solita immaginare matrimoni anche di coppie improbabili. Il suo desiderio di rivedere i genitori insieme la spinge a fare delle azioni sconsiderate. Il secondo figlio è quello apparentemente più ignorato dalla scrittura, la pedina narrativa sacrificabile (nessuno spoiler, è protagonista di uno sviluppo importante), tuttavia presenta degli spunti interessanti sull’influenza involontaria (e accidentale) delle azioni degli adulti (la scena del mercato). Il figlio più grande è la contraddizione più interessante di Magari: dalle sembianze quasi adulte, il suo sguardo è capace di notare sfumature degli adulti invisibili agli altri due bambini, eppure è il figlio più capriccioso e immaturo, forse conseguenza diretta di un’educazione altalenante ed egoistica. Eppure, i tre figli sono autonomi: dei piccoli adulti che si fanno le siringhe da soli, conoscono i sentimenti degli adulti (la figlia risponde «Certo, non vuoi spezzargli il cuore» quando la mamma le chiede di non dire al padre certe cose) e i funzionamenti dell’età adulta («E l’assegno?», chiedono i figli al padre quando lui gli parla della sceneggiatura). Quindi si crea questa contraddizione interessante, tra i figli autonomi che si comportano da piccoli adulti però sono giustamente infantili, e gli adulti, sinonimo di responsabilità, che invece sono difettosi e ingiustamente infantili.

Ciò che sorprende di Magari è la delicatezza con cui riesce a raccontare la complessità dei rapporti intergenerazionali; la sceneggiatura utilizza uno stratagemma tanto semplice quanto ingegnoso per comunicare l’incomunicabilità: i figli parlano francese tra di loro, il padre parla italiano, l’amico americano del padre parla inglese. Durante il plot narrativo accadono sviluppi che farebbero pensare che il centro del film sia l’iniziazione dei figli all’età adulta, in realtà il finale di ognuno di loro resta legato all’immaginazione. Così Magari diventa un racconto sospeso, qualcosa di non necessario: il resoconto assurdo di una vacanza in famiglia che, almeno apparentemente, non ha prodotto nessuna conseguenza.

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Abbi fede (Giorgio Pasotti, 2020) • Uno spettatore qualsiasi 11 Giugno 2020 - 14:52

[…] Cinema italiano […]

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