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Mank (David Fincher, 2020)

by robertodragone
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È curioso e quasi grottesco che sia stata Netflix ad aver prodotto Mank. Il film è stato scritto da Jack Fincher, padre del famoso regista David, negli anni Novanta, e doveva diventare un film diretto dal figlio e uscire dopo The game – Nessuna regola (1997). Jack poi è morto nel 2003, il progetto Mank si è arenato e non se n’è fatto più niente fino all’annuncio della produzione nell’estate del 2019. Mank, più che un omaggio al cinema classico, sembra piuttosto l’epigrafe di uno specifico cinema, una sorta di giro di boa che esce in un periodo in cui il dibattito sul cinema (sotto il profilo produttivo e fruitivo) è più animato e fondamentale che mai. E dicevo, è buffo che questa epigrafe esca su Netflix, ovvero la piattaforma per eccellenza che viene colpevolizzata quando si analizza la vitalità del cinema, la stessa analisi che ne decreta inesorabilmente la morte.

Mank ci ricorda com’era il cinema decenni prima che arrivasse Netflix, ovvero in crisi; ma soprattutto, tenta di precisare alcuni aspetti e ne ricorda molti altri: il fatto stesso di parlare del cinema come una «fabbrica dei sogni», oppure la citazione «Quello che compra (il pubblico con il biglietto, ndr) appartiene ancora a chi glielo ha venduto», sono termini che avviliscono l’idea romantica di cinema (anche se l’ultima frase del film è «La magia del cinema»). Il fatto stesso che Mank cerchi di centralizzare la figura di uno sceneggiatore, ovvero un ruolo spesso sottovalutato nei biopic cinematografici, e che ridimensioni la figura di un precursore geniale come Orson Welles, lo rende un film ribelle – ma la sua insurrezione sembra quasi inevitabile a questo punto della disputa sul cinema, Netflix e la fruizione dei film.

In una maniera quasi ingenua, Mank ricorda esteticamente i film degli anni in cui è ambientato, ovvero gli anni Trenta. La fotografia è in bianco e nero e, anche se è girato in digitale, presenta la grana e degli artifici visivi che intendono invecchiare l’immagine (ci sono i bollini di sincronizzazione, o le così dette bruciature di sigaretta, per esempio). Anche stilisticamente ci sono numerose scelte per assomigliare (o scimmiottare) l’aspetto dei film classici: i titoli di testa, le musiche e persino il comparto sonoro, poiché i dialoghi hanno quella risonanza tipica dei film vecchi. Il risultato è tanto imponente quanto ruffiano, poiché lo scimmiottamento è evidente e forse tempera l’entusiasmo dello spettatore.

Forse però sono più prevedibili alcune scelte registiche che Fincher compie per citare Quarto potere (Citizen Kane, Orson Welles, 1941): dai movimenti di macchina ad alcune inquadrature. Questa colossale e dettagliata imitazione forse è soltanto un altro attributo dell’anima ribelle di Mank, perché è il cinema stesso a essere una riproduzione della realtà e il fatto che il film di Fincher emuli così palesemente un cinema che non esiste più e un film che non può essere, sembra sottolinei la coscienza giocosa del cinema. È bene comunque sottolineare una cosa: Mank è bellissimo da vedere. Fincher è uno dei migliori registi in circolazione e con questo film non fa che confermarcelo. Il racconto di Mank è impeccabile, dalla scelta delle inquadrature (non si vedono mai due inquadrature uguali; sono una concatenazione perfetta) al movimento degli attori e alla loro direzione. Però di Mank mi hanno colpito soprattutto altri aspetti: la sua storia e la storia con la s maiuscola che racconta, i suoi personaggi e le loro mancanze, e il suo discorso sul cinema, la scrittura e la sua ispirazione.

È stato impossibile per me cogliere tutti i riferimenti di Mank: sono tantissimi. A questo punto mi viene da pormi una domanda sul suo target di riferimento e credo che sia ovvio (per me) che Mank sia un film rivolto agli addetti ai lavori, ovvero per studiosi di cinema, critici, cineasti e cinefili. Non credo basti vedere o aver visto Quarto potere per intendere tutti i riferimenti, e questo è un peccato, oltre a essere un aspetto che può essere visto come un difetto, almeno in parte, perché, anche se è chiaro che Mank non voglia essere né un film storico né un film illustrativo, lo spettatore viene lanciato in un contesto folto e spesso indecifrabile. Lo scopo di Mank è un altro: centralizzare la figura dello sceneggiatore e dell’elemento della sceneggiatura (i flashback sono introdotti dalle stesse intestazioni delle sceneggiature scritte) e rovesciare alcuni luoghi comuni sul cinema e sulla produzione cinematografica. Per farlo prende in esame probabilmente il film per eccellenza, Quarto potere.

Quindi forse importa poco se Fincher utilizza la profondità di campo proprio come faceva Welles, piuttosto è interessante vedere il suo tentativo di stravolgere gli schemi dell’industria, in un periodo storico in cui un furioso dibattito sta mettendo tutto in discussione. Un discorso simile viene fatto in Judy (id., Rupert Goold, 2019), ovvero viene messa in discussione l’immagine idilliaca di Hollywood e «La fabbrica dei sogni» viene mostrata attraverso meccanismi complessi e, forse, negativi. Da questo punto di vista, il carattere stratificato e intricato di Mank è stimolante: Mankiewicz (Gary Oldman) è uno sceneggiatore di successo, eppure si fa prestare da una guardia i soldi per darli in elemosina. Per citare Mark Cousins, la fabbrica dei sogni era una bolla pronta per scoppiare, e se questo aspetto è sicuramente scontato per gli addetti ai lavori, gli spettatori qualsiasi si ritrovano ad avere di fronte un’idea ben diversa da quella che immaginavano (o che gli hanno fatto credere).

Forse non conta tanto scoprire come Quarto potere, ovvero questo film specifico, sia stato scritto, piuttosto è interessante notare come i funzionamenti dell’industria, i meccanismi sociali nelle case di produzione, le menzogne, ma soprattutto i risvolti e le influenze politiche, facessero (soltanto in passato?) parte del mondo del cinema. La parte centrale di Mank è interamente dedicata all’ascendente politico nel cinema e sulle ripercussioni di questa influenza. L’introduzione di questo argomento forse rende più faticosa la visione del film, Mank infatti nella seconda parte risulta più ingarbugliato e (ancora) più impegnativo, tuttavia è coraggioso (e persino avventato) da parte di Mank integrare un argomento, come quello politico, che non poteva affatto essere ignorato in una ritratto compiuto sul sistema produttivo dei tempi.

Sì, Mank è un film sul cinema, però come scrivevo in apertura il suo è un discorso scritto su una lapide: sia per i tempi in cui il film è ambientato (ormai lontani), sia per la trasformazione del concetto di fruizione degli ultimi anni. No, il cinema non sta morendo, ma come sempre muta e si adatta ai tempi e Mank mostra che un tempo il cinema (inteso come sistema produttivo) era diverso e che, forse, vive una crisi eterna. La complessità di Mank lo rende un soggetto di studio e se ne parlerà per anni. Oggi però ho visto un film esteticamente furbo e tecnicamente incredibile, che racconta (a modo suo) una vicenda che ha iniziato la storia del cinema; il coraggio del film di Fincher è aver cambiato il soggetto e aver compiuto un giro di boa nel discorso, dopo il quale il cinema sarà diverso. Ancora e per forza.


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